
Articolo di Annamaria Niccoli
17giugno 2025
Uno dei momenti salienti della stagione televisiva del 1989, fu la miniserie “Uomo contro Uomo”, che ha fatto conoscere il un gruppo criminale a lungo trascurato dai media tradizionali, la “ ‘ndrangheta”. La caratterizzazione di questo gruppo è mutata nel tempo, rispecchiando l’evoluzione della ‘ndrangheta e sollevando complesse questioni morali.
Storicamente, nel contesto della cultura italiana, il termine “mafia” ha costantemente evocato immagini e situazioni legate alla Sicilia, “Cosa Nostra”, romanticizzata sullo schermo e all’estero in film come “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi (1962) e resa popolare a livello internazionale dalla serie televisiva “La Piovra”, era una presenza importante in questo contesto. In netto contrasto, la ‘ndrangheta calabrese era relativamente sconosciuta, un gruppo criminale che operava così lontano dagli occhi del pubblico da oscurarne la stessa efficacia. Questo contesto fu drasticamente alterato da un fenomeno televisivo nazionale di grande importanza: “Uomo contro uomo”, una miniserie in due puntate, un’opera di regia guidata dal grande regista di genere Sergio Sollima, che debuttò su Rai 1, in prima serata, tra il 29 e il 30 gennaio 1989.
La serie tv venne registrata a Cosenza nel 1988, il lavoro di Sergio Sollima fu un tentativo pionieristico e ambizioso di portare la mafia calabrese nella vita quotidiana di migliaia di italiani, inaugurando così un percorso distintivo verso la diversificazione e la visibilità. Mentre oggi riconosciamo che la ‘ndrangheta è una delle entità criminali più pericolose al mondo, la sua rappresentazione cinematografica ha subito una serie di battute d’arresto e insidie che sono esistite solo nei limiti del suo riconoscimento ufficiale ai sensi della legge 416 bis del codice penale, entrata in vigore nel 2010.
Prima della produzione di “Uomo contro uomo”, l’argomento veniva discusso sporadicamente ed era considerato del tutto irrilevante. Questa prima esplorazione ebbe inizio con “Il coraggio di parlare” (1987); tuttavia, fu la miniserie di Sollima a rappresentare una vera svolta. In seguito, seguirono altri tentativi, come “Un bambino in fuga” (1990) e “I fetentoni” (1999), tutti incentrati sul fenomeno, spesso utilizzando una forma che fondeva il dramma sociale con stili tipici dei “popolareschi”. Inizialmente, seguendo gli ideali del “cinema civile”, rappresentati da registi come Petri e Damiani, si diede grande importanza alla rappresentazione del coraggioso impegno dello Stato contro la criminalità. Con l’avvento di una nuova comprensione della struttura peculiare della ‘ndrangheta, tuttavia, l’immagine di questa organizzazione ha subito profondi cambiamenti.
1. Struttura familiare: Opere significative, come “Anime Nere” (2014) e “La terra dei santi” (2015), mirano a indagare le intricate dinamiche interne delle ‘ndrine. Nate dalla rete di parentela, ora non solo cornice contestuale ma vero e proprio fulcro dell’azione, si caratterizzano per un clima di fedeltà e violenza che sostiene l’attività criminale.
2. Internazionalizzazione: Con la trasformazione della ‘ndrangheta in una potenza economica globale, anche la sua rappresentazione cinematografica è cresciuta su scala più ampia. Film come “Duisburg – Linea di sangue” (2019), che tratta del tragico evento accaduto in Germania, e serie TV come “Solo” (2016-2018) testimoniano la sua profonda influenza nell’Italia settentrionale e la sua impressionante attività in tutto il mondo, raccontando la storia di un’organizzazione criminale multilingue specializzata in transazioni finanziarie illegali a livello globale.
3. La Voce delle Donne: Uno dei cambiamenti tematici più importanti si riscontra nella presentazione dei personaggi femminili, sempre più rappresentati non solo come vittime passive, ma come agenti attivi di resistenza. Film come “Una femmina” (2022) e la serie internazionale “The Good Mothers” (2023), ispirata alla storia vera di Lea Garofalo, esplorano a fondo il coraggio delle donne che si liberano dal dominio sistematico, sfidando il codice del silenzio a caro prezzo. Il dilemma etico: comunicare senza idealizzazione
I film tematici sono diventati un “efficace mezzo di sensibilizzazione”, svolgendo il ruolo basilare di mostrare a noi una realtà segnata dalla violenza e dalla paura. Dall’altro canto, si rischia l’idealizzazione della figura criminale, creando “antieroi” carismatici e l’idealizzazione di un certo stile di vita, come mostrato attraverso
La sfida che i cineasti devono raccogliere è significativa: come creare narrazioni coinvolgenti senza ricorrere al sensazionalismo e senza, involontariamente, “lusingare” i mafiosi? Per molti è necessario e urgente cambiare l’attenzione, spostarsi dagli autori dei reati alle vittime, agli eroi del movimento antimafia e ai “cittadini comuni che si sono rifiutati di sottomettersi”.
Le opere recenti si impegnano a perseguire un “realismo crudo e brutale”, scavando in profondità nelle specificità culturali della ‘ndrangheta, compreso l’uso distorto del simbolismo religioso e lo sfruttamento dell’ignoranza come mezzo di controllo. È proprio l’ignoranza, in quanto “punto di riferimento assoluto” della mafia, a rappresentare il bersaglio su cui il cinema può e deve agire. Il film, presentando la realtà direttamente e senza retorica, ha il potere di umanizzare le vittime e mettere in luce l’entusiasmo della lotta, esercitando una notevole influenza nella lotta all’oscurità e nel favorire il pensiero critico, soprattutto nel mondo dei giovani. La rappresentazione di donne come Lea Garofalo, che sfidò il silenzio dell’omertà, offre un modello diverso rispetto all’attrazione del potere della criminalità organizzata. C’è un percorso fondamentale e diretto da seguire nella storia della ‘ndrangheta: uno strumento ambivalente su cui bisogna essere onesti con se stessi, per continuare a raccontare una verità sgradevole senza ridurla.
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