Articolo di Annamaria Niccoli

Art. del 18 ‎aprile ‎2024

La ‘Ndrangheta è un’organizzazione criminale profondamente patriarcale, dove il controllo e la violenza sulle donne sono celati dietro il concetto di “onore” familiare. Sebbene formalmente escluse dai ruoli operativi, le donne sono strumentalizzate e il loro controllo è ossessivo, estendendosi ai loro corpi e alla loro autonomia.

Radicata in nuclei familiari (‘ndrine), la ‘Ndrangheta vede le donne detenere un ruolo di fatto centrale e autorevole “attorno ad una soglia”, rendendole indispensabili per il funzionamento dell’organizzazione. Questo sistema nega loro l’autonomia, intrappolandole in una coercizione costante.

Le donne nella ‘Ndrangheta sono agenti primari di socializzazione, perpetuando valori come omertà, onore e vendetta. Hanno il compito cruciale di riprodurre il consenso familiare e trasmettere il codice culturale mafioso alle nuove generazioni, inclusa l’incitazione alla vendetta. Le madri, in particolare, guidano i figli a rispettare i genitori e le figlie ad accettare la subordinazione.

C’è stata una graduale evoluzione del loro coinvolgimento: da “supplenti” in caso di arresto maschile a “madrine” nel traffico di droga, “collaboratrici” in attività illecite e “prestanome”. Questo è dovuto all’enorme ricchezza del traffico di droga e alla necessità di eludere le indagini. Alcune sono persino percepite come i “cervelli” dietro i crimini.

I matrimoni combinati sono fondamentali per rafforzare le alleanze tra clan, trasformando le donne in “merce di scambio” per la crescita criminale, spesso prive di autonomia. L’apparente “emancipazione” in ruoli più attivi non si traduce in vera libertà, ma è una riproduzione perversa del sistema patriarcale, con il controllo sui corpi e sulla condotta sessuale che rimane centrale.

Le donne sono soggette a un ampio spettro di violenza, che trascende il danno fisico. Subiscono abusi fisici e psicologici, intimidazioni e minacce (spesso fino alla morte) per ragioni come relazioni proibite o desiderio di autonomia. La violenza è uno strumento fondamentale per imporre controllo e silenzio, permeando la vita quotidiana e intersecandosi con paura e dolore. La “pedagogia della vendetta” è un meccanismo centrale dove le donne trasmettono attivamente il dovere di vendetta.

Le morti di donne come Maria Concetta Cacciola e Tita Buccafusca, avvenute per ingestione di acido muriatico (“suicidio dolce”), sono spesso omicidi camuffati e considerati una “tipica firma mafiosa”. Prima di tali morti, le vittime vengono isolate, ricattate e delegittimate, spesso descritte come mentalmente instabili per minarne la credibilità.

Casi Emblematici: Femminicidio e Primi Atti di Resistenza

La storia della ‘Ndrangheta è costellata di casi che illustrano la violenza estrema e i coraggiosi atti di resistenza.

Anna Nocera (1878): Scomparsa a 17 anni, incinta, e uccisa per nascondere la gravidanza e preservare l’onore familiare. È riconosciuta come il primo femminicidio di mafia documentato. Sua madre, Vincenza Cuticchia, si costituì parte civile accusando pubblicamente. Anna è commemorata il 21 marzo nella “Giornata della Memoria e dell’Impegno”.

Renata Fonte (1984): Assessora a Nardò, assassinata a 33 anni per il suo impegno intransigente contro la speculazione edilizia a Porto Selvaggio. Il suo omicidio è considerato un crimine politico-mafioso. La figlia, Viviana Matrangola, ne porta avanti la battaglia.

Altre vittime includono donne colpite da “proiettili vaganti” (Silvia Ruotolo), vittime di “vendette trasversali” (Liliana Caruso, Agata Zucchero) e quelle che hanno sfidato direttamente l’organizzazione (Rita Atria, Lea Garofalo, Angela Costantino, Tita Buccafusca, Maria Concetta Cacciola). Questi casi mostrano come la violenza mafiosa si sia evoluta, prendendo di mira le donne anche per la loro opposizione agli interessi economici e politici. La loro memoria trasforma le vittime in simboli potenti che alimentano l’azione collettiva e rompono il silenzio.

Casi Emblematici di Donne Vittime della Mafia

NomeAnno di Morte/ScomparsaEtà (al momento)LuogoDescrizione/Motivo della VittimizzazioneSignificato/Impatto
Anna Nocera187817Palermo (PA)Scomparsa e uccisa per nascondere gravidanza e preservare onore familiare.Primo femminicidio di mafia documentato. Simbolo della lotta continua contro la violenza mafiosa.
Renata Fonte198433Nardò (LE)Assassinata per il suo impegno antimafia contro la speculazione edilizia.Simbolo dell’impegno civile e antimafia in Puglia. La sua lotta è continuata dalla figlia.
Rita Atria199217Roma (RM)Testimone di giustizia, si suicidò dopo la morte di Paolo Borsellino.Simbolo del coraggio e della fragilità dei testimoni di giustizia.
Angela Costantino199425Reggio Calabria (RC)Vittima di faida mafiosa.Rappresenta le vittime innocenti della violenza trasversale delle faide.
Lea Garofalo200935Milano (MI)Scomparsa e uccisa dall’ex compagno per aver testimoniato sulle faide.“Vero spartiacque” nella lotta antimafia, simbolo della forza rivoluzionaria dei sentimenti.
Tita Buccafusca201137Reggio Calabria (RC)“Suicidio dolce” per ingestione di acido muriatico.Caso emblematico delle donne che tentano di ribellarsi e vengono silenziate.
Maria Concetta Cacciola201131Rosarno (RC)“Suicidio dolce” per ingestione di acido muriatico dopo aver collaborato con la giustizia.Simbolo della manipolazione e della coercizione psicologica sui collaboratori di giustizia.

Il Potere della Ribellione: Le Donne come Collaboratrici di Giustizia

Nonostante l’oppressione, migliaia di donne hanno dato un “impulso decisivo” alla lotta contro le mafie. Storie come quelle narrate in “Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia” celebrano queste figure coraggiose.

  • Lea Garofalo: La sua storia è un “vero spartiacque”, simbolo della forza rivoluzionaria dei sentimenti. Testimoniò sulle faide interne, portandola tragicamente alla morte nel 2009.
  • Giuseppina Pesce: Cruciale nello smantellamento della ‘ndrina Pesce-Bellocco, fornendo informazioni vitali e portando a sequestri di beni. Riuscì a salvarsi nonostante immense pressioni.
  • Maria Concetta Cacciola: Cugina di Giuseppina, divenne testimone per salvare i figli. La famiglia la costrinse a ritrattare, culminando nella sua morte per ingestione di acido muriatico.
  • Teresa Concetta Manago: La prima donna collaboratrice di giustizia documentata per la ‘Ndrangheta (1989), fornendo informazioni chiave sulla Faida di Palmi.

La serie TV “The Good Mothers” ha reso note le storie di Lea Garofalo, Denise, Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola. La collaborazione con la giustizia è un “tradimento inaccettabile” nelle famiglie mafiose. Le donne che rompono con il sistema affrontano minacce ai figli e coercizione. Il cambiamento di identità è un “percorso doloroso” e “difficilissimo”. Storicamente, il paternalismo giudiziario ha minimizzato il loro ruolo, ma l’aumento delle condanne per associazione mafiosa indica un crescente riconoscimento.

L’amore materno è un potente catalizzatore per la ribellione, spingendo le donne a proteggere i figli. Tuttavia, questa forza emotiva è anche sfruttata dalla mafia per costringere le ritrattazioni. Il riconoscimento giudiziario dell’agenzia femminile è un vantaggio strategico per lo Stato, permettendo di mirare più efficacemente alle dinamiche interne delle famiglie mafiose.

Notevoli Collaboratrici di Giustizia e il Loro Impatto

NomeAnno di CollaborazioneClan/Regione di AffiliazioneContributi Chiave/Impatto della TestimonianzaEsito/Destino
Teresa Concetta Manago1989Condello (Palmi)Prima donna collaboratrice di giustizia della ‘Ndrangheta, ha fornito informazioni cruciali sulla Faida di Palmi.Entrata in programma di protezione.
Lea Garofalo2002 (revocata 2006, revocata 2007, rinv. 2009)Famiglia Garofalo/Cosco (Petilia Policastro)Testimonianze sulle faide interne tra la sua famiglia e quella dell’ex compagno.Tragicamente assassinata e fatta sparire nel 2009 dall’ex compagno.
Giuseppina Pesce2010Pesce-Bellocco (Rosarno)Rivelazioni sull’organigramma dei Pesce-Bellocco, portando al sequestro di ingenti beni.Nonostante pressioni e tentativi di ritrattazione, è riuscita a salvarsi.
Maria Concetta Cacciola2011Bellocco/Pesce (Rosarno)Dichiarazioni che hanno implicato clan di Rosarno e Piana di Gioia Tauro, volte a salvare i figli.Costretta a ritrattare e trovata morta per ingestione di acido muriatico, un “suicidio dolce” orchestrato.

Reti di Supporto e il Percorso verso l’Autonomia

Il percorso di emancipazione delle donne e dei minori dai contesti mafiosi dipende dall’efficacia delle reti di supporto. Il progetto “Liberi di scegliere”, nato da un’intuizione del giudice Roberto Di Bella e Libera, è fondamentale.

Questo progetto offre una “concreta alternativa di vita” a minori e familiari che vogliono dissociarsi, cercando di spezzare il ciclo intergenerazionale di svantaggio. Ad oggi, ha protetto 150 minori e coinvolto 30 donne, sette delle quali sono diventate collaboratrici o testimoni di giustizia.

L’esistenza di “Liberi di scegliere” evidenzia l’urgente necessità di interventi protettivi. C’è un appello pressante per una legge specifica che tuteli le donne che lasciano i clan mafiosi, garantendo sicurezza, sanità, istruzione e lavoro. Attualmente, chi si dissocia ma non è “collaboratore di giustizia” spesso non riceve protezione adeguata. Il progetto sottolinea il ruolo cruciale della società civile nel fornire accompagnamento e supporto.

Organizzazioni come Libera e l’Associazione antimafie Rita Atria sono attivamente impegnate nella lotta alle mafie. Tuttavia, l’efficacia delle reti antiviolenza in Italia è ancora parzialmente carente, soprattutto nel Sud.

L’attuale quadro normativo presenta una lacuna critica per chi si dissocia senza rientrare nella definizione di “collaboratore di giustizia”, limitando la protezione statale. Questo rende il percorso di uscita estremamente rischioso e sottolinea l’urgenza di colmare questa lacuna legislativa.

http://eprints.bice.rm.cnr.it/15209/1/La%20donna%20di%20Ndrangheta.pdf

oajournals.fupress.net La Mafia e l’agire sociale delle donne – FUPRESS

https://www.lacnews24.it/attualita/non-solo-vittime-o-boss-la-sociologa-esperta-di-mafia-che-studia-la-vita-delle-donne-di-ndrangheta-rf30uoxq

https://www.ilgiornale.it/news/nazionale/renata-fonte-41-anni-l-eroina-porto-selvaggio-che-mafia-2458976.html

riviste.unimi.it ANTIMAFIA E MOVIMENTI DELLE DONNE. PROTAGONISTE, CULTURE, LINGUAGGI 1. Cornici teoriche

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