
Foto di: cosenza.gazzettadelsud.it
Articolo di Annamaria Niccoli
La Procura della Repubblica di Cosenza ha ufficialmente depositato una richiesta di giudizio immediato nei confronti di Rosa Vespa, 53 anni, residente a Castrolibero, per il rapimento della piccola, avvenuto il 21 gennaio 2025, presso la clinica privata “Sacro Cuore“. La richiesta, rivolta al gip del Tribunale, è volta a saltare la fase istruttoria per avviare subito il processo, in quanto le prove raccolte a carico dell’imputato sono ritenute sufficientemente solide.
Per nove mesi, Vespa ha simulato una gravidanza, annunciando sui social e tra i familiari l’arrivo di un maschietto, Ansel, con tanto di finto babyshower decorato con fiocchi azzurri.
Ha preparato un lungo ricovero in clinica per eseguire esami, al fine di occultare l’assenza del finto parto.
Il 21 gennaio, fingendosi infermiera, è entrata nel reparto maternità della clinica e ha preso la bimba, una neonata, dalle braccia di sua madre.
Subito dopo il sequestro, la donna ha avuto cura di vestire il neonato con abiti di colore azzurro e ha organizzato nella sua casa una festa con addobbi blu per ricordare la “nascita”. Durante la cerimonia, le forze dell’ordine sono intervenute, arrestandola.
In seguito ad una segnalazione della comunità e ad un’indagine delle autorità, Sofia è stata ritrovata lo stesso giorno e restituita alla madre.
Reati contestati: Sequestro di persona aggravato (art. 605 c.p.), valutando la vulnerabilità della minore e la premeditazione; Falso in atto pubblico, per le menzogne sulla presunta gravidanza e il finto parto.
La Procura ha chiesto un rito direttissimo, senza il processo preliminare, per effetto di prove inequivocabili (es.: deposizioni, riprese, ricostruzioni).
Moses Omogo, il marito, prosciolto da ogni accusa, ha visto confermata la sua estraneità del piano, sia dal giudice istruttore che dal pubblico ministero. Il suo caso verrà archiviato.
Sono stati aperti due nuovi filoni di indagine per accertare possibili responsabilità penali relative alla gestione dell’edificio, inclusi errori procedurali o negligenza.
I genitori della bimba, assistiti dagli avvocati Chiara Penna e Paolo Pisani, hanno scelto di costituirsi parte civile per ottenere un risarcimento e chiarire le responsabilità istituzionali.
Una perizia psichiatrica ha stabilito che Vespa era in grado di intendere e di volere al momento del reato. Tuttavia, attualmente si trova in stato di fermo con una diagnosi di “moderata pericolosità psicologica“, che potrebbe influire sull’istituzione delle misure di sicurezza. Il caso ha rivelato un piano pianificato e manipolativo, evidenziato da elementi come il travestimento della ragazza da ragazzo e le menzogne ai familiari. L’azione ha turbato la comunità, ma la rapida mobilitazione pubblica e investigativa ha impedito ripercussioni più gravi.
La necessità di una rapida risoluzione legale indica la necessità di una risposta giudiziaria rapida ed efficace, che tenga conto di questioni necessarie come la sicurezza nelle strutture sanitarie e i fattori cognitivi coinvolti in questi reati. Il Giudice per le indagini preliminari si esprimerà presto sull’accettazione della richiesta del giudizio immediato. Intanto proseguono le indagini sugli eventuali responsabili della gestione della clinica.
Il caso Rosa Vespa solleva interrogativi sulla vulnerabilità del sistema sanitario e sulle motivazioni psicologiche alla base della criminalità estrema. Se il processo andrà avanti, il tribunale dovrà bilanciare la gravità del reato con le perizie psichiatriche, mentre le relative indagini potrebbero portare alla luce nuovi aspetti della responsabilità istituzionale.
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