Ricordo di un attentato mafioso senza precedenti contro il patrimonio culturale e l’identità italiana. Dalle vittime innocenti alle opere d’arte perdute, un’analisi dettagliata della strategia stragista di Cosa Nostra e dei suoi protagonisti

Articolo di Annamaria Niccoli

Art. del 10 dicembre 2023

Il ricordo dell’attentato di Via dei Georgofili, consumatosi a Firenze il 27 maggio 1993, rimane una ferita aperta nel cuore della città e nella coscienza collettiva. Non fu solo un atto terroristico mirato a seminare morte e distruzione, ma un vile assalto contro uno dei patrimoni artistici più preziosi dell’umanità, un attacco diretto all’identità stessa di Firenze e, per estensione, dell’Italia intera. Una data scolpita a fuoco nella memoria, un monito doloroso sulla ferocia del terrorismo mafioso e sulla necessità di una vigilanza costante in difesa dei valori democratici e del patrimonio culturale.

Una Notte di Orrore e Fiamme

Era l’una e quattro minuti del 27 maggio 1993 quando un’autobomba, un Fiat Fiorino imbottito con circa 280 chilogrammi di esplosivo, deflagrò in Via dei Georgofili, una stretta strada a pochi passi dalla Galleria degli Uffizi e da Ponte Vecchio. L’esplosione fu di una violenza inaudita, avvertita in un raggio di chilometri e capace di trasformare in pochi secondi uno dei quartieri più affascinanti di Firenze in uno scenario apocalittico di macerie, fuoco e disperazione.
Il bilancio umano fu tragico: cinque vittime innocenti. Tra di loro, i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume, insieme alle loro figlie Nadia di 9 anni e Caterina di appena 50 giorni, e lo studente Dario Capolicchio, di 22 anni, che dormiva nel suo appartamento vicino. Oltre a queste vite spezzate, decine di feriti e centinaia di sfollati, la cui esistenza fu sconvolta per sempre.

Attacco al Cuore dell’Arte: Il Patrimonio Sfigurato

L’attentato di Via dei Georgofili non mirava solo a colpire la vita umana; il suo obiettivo secondario, ma altrettanto devastante, era l’inestimabile patrimonio artistico che rende Firenze unica al mondo. La bomba era stata posizionata strategicamente a ridosso della Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, a pochi metri dagli Uffizi, il cuore dell’arte rinascimentale.
La Galleria degli Uffizi subì danni gravissimi. La parte più colpita fu il Corridoio Vasariano, gioiello architettonico che collega gli Uffizi a Palazzo Pitti passando sopra Ponte Vecchio, che si trasformò in un cunicolo di distruzione. Diverse sale della Galleria furono danneggiate, tra le opere d’arte che furono completamente distrutte o irrimediabilmente compromesse si ricordano in particolare:

“L’Adorazione dei pastori” di Gerrit van Honthorst, detto Gherardo delle Notti (del 1620 circa).
“Concerto” di Bartolomeo Manfredi (1617-1618).
“Giocatori di carte” di Bartolomeo Manfredi (1617-1618).
“Aquila che uccide un germano” di Bartolomeo Bimbi (del 1717).
“Avvoltoi, gufi e beccaccia” di Andrea Scacciati (1642-1710).

Moltissime altre opere subirono danni gravissimi, che furono oggetto di complessi e lunghi restauri permettendone il recupero, seppur con ferite permanenti e irreversibili. Si stima che l’attentato abbia causato oltre alla distruzione di tre opere d’arte insostituibili, il danneggiamento di altre 250 e un danno economico stimato in circa 80 miliardi delle vecchie lire solo per il patrimonio culturale. Anche l’Accademia dei Georgofili venne devastata. La sua ricca biblioteca, gli archivi storici e le preziose collezioni subirono danni incalcolabili.

La pista mafiosa e la strategia della tensione

Le indagini successive all’attentato di Via dei Georgofili si concentrarono subito sulla matrice mafiosa. Questo attacco, insieme a quelli di Roma (San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e Milano (Via Palestro) nel corso del 1993, e ai precedenti di Capaci e Via D’Amelio del 1992, faceva parte di una strategia della tensione messa in atto da Cosa Nostra. L’obiettivo era intimidire lo Stato italiano, costringerlo a cedere di fronte alla stretta repressiva avviata dopo le stragi del ’92 (in particolare, l’introduzione e l’applicazione rigorosa del regime del 41-bis e l’ergastolo ostativo) e avviare una “trattativa” per ottenere benefici per i boss detenuti.
Le sentenze definitive hanno riconosciuto i ruoli di “esecutori materiali” e “mandanti”, figure cruciali che hanno pianificato e messo in atto questa barbarie.

I protagonisti della strage: dalla pianificazione all’esplosione

Dietro la strategia stragista si celavano i vertici di Cosa Nostra e una rete di fedelissimi incaricati della sua esecuzione

“Mandanti”, spiccano i nomi che hanno segnato la storia criminale del Paese:

Salvatore Riina: Mente ideatrice della strategia stragista.
Bernardo Provenzano: figura chiave nella gestione dell’organizzazione.
Filippo e Giuseppe Graviano: Boss di Brancaccio, protagonisti degli attentati del ’93.
Matteo Messina Denaro: Potente latitante, poi catturato, considerato un leader dopo Riina e Provenzano.
Leoluca Bagarella: Cognato di Riina, noto per la sua efferatezza.
Giovanni Brusca: Poi divenuto collaboratore di giustizia.
Vincenzo Ferro e Francesco Tagliavia.

“Esecutori Materiali”, le indagini e le testimonianze hanno ricostruito un quadro preciso delle operazioni:

Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Pietro Carra, Vincenzo Ferro, Gioacchino Calabrò, Giorgio Pizzo, Antonino Mangano, Cosimo D’Amato. Questi uomini, con ruoli e responsabilità diverse, furono la mano armata di Cosa Nostra in Toscana.

La logistica della Morte: Dalla Sicilia a Firenze

La preparazione dell’attentato fu meticolosa e richiese una complessa rete logistica. Nell’aprile 1993, Gioacchino Calabrò, capo della famiglia di Castellammare del Golfo, incaricò Vincenzo Ferro (figlio di Giuseppe, capo della Famiglia di Alcamo) di recarsi a Prato dallo zio Antonino Messana per chiedergli un garage. Dopo un iniziale rifiuto, Messana fu convinto con minacce da Calabrò stesso, accompagnato da Giorgio Pizzo, mafioso di Brancaccio, a mettere a disposizione il locale.
A metà maggio, in una casa fatiscente a Corso dei Mille, messa a disposizione da Antonio Mangano (capo della Famiglia di Roccella), alcuni mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille, tra cui Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano, macinarono e confezionarono quattro pacchi di esplosivo.
Il 23 maggio, Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano giunsero a Prato e vennero ospitati nell’appartamento di Messana, sotto la supervisione di Vincenzo Ferro. Questi li accompagnò nel centro di Firenze per effettuare i sopralluoghi necessari. Nei giorni successivi, i quattro pacchi di esplosivo, abilmente nascosti in un doppiofondo ricavato nel camion di Pietro Carra (legato agli ambienti mafiosi di Brancaccio), furono trasportati da Palermo alla Toscana. Giunti vicino Prato, vennero prelevati da Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza, sempre accompagnati da Ferro, e scaricati nel garage di Messana. Questo dimostra la pianificazione meticolosa e l’ampia rete di complicità utilizzata da Cosa Nostra.

L’Ultimo Atto: Il Fiorino della Morte

La sera del 26 maggio, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza rubarono il furgone Fiat Fiorino che sarebbe diventato l’autobomba. Lo portarono nel garage di Prato, dove provvidero a sistemare l’enorme quantità di tritolo. Successivamente, Giuliano e Cosimo Lo Nigro presero il furgone imbottito e andarono a parcheggiarlo in Via dei Georgofili, una strada scelta per la sua vicinanza agli Uffizi e la sua conformazione che avrebbe amplificato l’onda d’urto. Alle ore 01:04 circa del 27 maggio, l’esplosione squarciò la notte fiorentina, lasciando dietro di sé una scia indelebile di morte e distruzione.
L’attentato di Firenze, con la sua inaudita violenza contro vite umane e patrimonio artistico, rimane una delle pagine più buie della storia italiana recente, un tragico promemoria della barbarie mafiosa che non ha mai smesso di lottare per la giustizia e la verità.

Matteo Messina Denaro, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Filippo e Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Giuseppe Ferro e Francesco Tagliavia, vennero condannati all’ergastolo.
Il ruolo di Matteo Messina Denaro fu di partecipante attivo e decisionale alla strategia stragista voluta da Cosa Nostra nel biennio 1992-1993. Le sentenze e le testimonianze dei collaboratori di giustizia (come Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori) hanno chiarito che Messina Denaro era a conoscenza e faceva parte del gruppo di vertice che deliberò e coordinò gli attentati nel continente (Firenze, Milano, Roma). Alcuni collaboratori di giustizia hanno riferito della sua presenza in sopralluoghi preliminari o in incontri in cui venivano esaminati obiettivi sensibili, inclusi quelli di carattere artistico-culturale.

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NOTE:

1.https://www.comune.firenze.it/novita/notizie/27-maggio-1993-la-strage-di-dei-georgofili

2.https://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/Doc_XXIII_n_37_Sez_10.pdf

3.https://www.rivistailmulino.it/a/27-maggio-1993-l-attentato-di-via-dei-georgofili

4.https://www.storiadifirenze.org/?p=3321

5.https://www.archivioantimafia.org/sentenze2/stragi/1993/stragi_1993_primo_grado_motivazione.pdf

6.https://www.comune.fi.it/dalle-redazioni/la-strage-di-dei-georgofili

7.https://www.regione.toscana.it/-/memoria-della-strage-di-via-dei-georgofili

8.https://memoria.cultura.gov.it/la-storia/-/event/fact/be3c59cc-71ff-4f64-a3e2-912d9595e559#b22c6457-1c46-47e49f0874d855f0c1da/Strage+di+via+dei+Georgofili+(FI)

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