Articolo di Annamaria Niccoli

Art. del 7 novembre 2023

Il 1993: L’Anno delle bombe che scosse roma e il patrimonio culturale italiano. Il tentativo di Cosa Nostra di colpire lo Stato attraverso la distruzione dei simboli della storia e della fede

Roma, nella notte tra il 27-28 luglio 1993, due autobombe devastanti trasformarono la Capitale in un campo di battaglia silenzioso, segnando uno spartiacque nella storia del terrorismo mafioso in Italia. Gli attentati, orchestrati da Cosa Nostra, non mirarono solo a seminare terrore, ma scelsero con precisione simboli istituzionali e culturali per colpire l’identità stessa dello Stato.

San Giovanni in Laterano: Il cuore del potere papale raso al suolo

Alle 00:24 del 28 luglio 1993, un’esplosione assordante squarciò il silenzio di piazza San Giovanni in Laterano. Un’autobomba, parcheggiata nei pressi del Palazzo Lateranense e del transetto della Basilica, distrusse uno dei simboli più antichi del cristianesimo occidentale. La deflagrazione, equivalente a circa 100 chili di tritolo, provocò una voragine di quattro metri nel piazzale e danni strutturali irreversibili. La facciata barocca di Alessandro Galilei, il campanile medievale e gli interni ricchi di affreschi subirono lesioni profonde: vetrate istoriate esplosero in mille schegge, statue lignee e marmoree si frantumarono, le volte affrescate furono compromesse da schegge e polvere d’intonaco. 
L’adiacente Palazzo del Vicariato, cuore amministrativo del Vicariato di Roma, divenne un campo di rovine. Documenti archivistici secolari furono inondati dall’acqua dei tubi scoppiati, mentre frammenti di finestre si conficcarono nei soffitti come proiettili. Per anni, la polvere di vetro si depositò sugli archivi, un ricordo tangibile della furia distruttrice. «Era come se una guerra fosse passata da lì», ricordò un funzionario dell’epoca. 

San Giorgio al Velabro: La chiesa medievale

Quattro ore dopo, una seconda esplosione scosse il centro storico romano. Alle 04:24, l’autobomba piazzata davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, gioiello romanico del XII secolo, ridusse in macerie il portico antistante. Solo il pilastro sinistro e tre colonne resistettero al crollo totale. La breccia aperta nel prospetto principale sembrava un’apertura verso l’abisso, mentre il campanile dell’annesso convento fu scosso da dissesti statici che ne compromisero la stabilità. Internamente, gli affreschi medievali, gli intonaci decorativi e il controsoffitto ligneo furono irrimediabilmente danneggiati. Anche qui, una voragine centrale ricordava l’impatto dell’ordigno. 
La chiesa, già restaurata nel XIX secolo da Virginio Vespignani, richiese interventi monumentali. Solo nel 1996, dopo tre anni di lavoro, riaprì al pubblico, grazie a un’opera di recupero che coinvolse storici dell’arte, architetti e artigiani. «Ogni pietra rimessa a posto era un atto di ribellione alla mafia», spiegò il cardinale vicario Camillo Ruini durante la riapertura. 

Un piano criminale di portata nazionale

Questi attacchi non furono casuali. Fa parte di una strategia terroristica orchestrata dalla “cupola di Cosa Nostra” in risposta alle condanne del Maxiprocesso di Palermo (1986-1987) e all’arresto di Salvatore Riina, capo indiscusso della mafia siciliana.
Tra il 1992 e il 1993, l’Italia fu sconvolta da una serie di attentati che colpirono simboli dello Stato, dell’arte e della società civile: 
– Via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993): 5 morti e danni alla Galleria degli Uffizi. 
– Via Palestro a Milano (27 luglio 1993): 5 vittime e distruzione della Biblioteca Nazionale Braidense. 
– Attentato a Maurizio Costanzo (14 gennaio 1993), conduttore tv simbolo del dibattito pubblico. 
Le sentenze successive, hanno stabilito che i mandanti furono i massimi esponenti della mafia: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Filippo e Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e altri. Le motivazioni? Creare un clima di caos per costringere lo Stato a trattare, dopo che le condanne del Maxiprocesso avevano indebolito la struttura criminale. 

Un danno inestimabile al patrimonio culturale

Il bersaglio delle bombe non fu solo materiale, ma simbolico. San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma, e San Giorgio al Velabro, legata alla devozione popolare, rappresentavano due volti della Chiesa italiana: il potere istituzionale e la spiritualità laica. La loro distruzione mirava a scalfire la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni. 
I costi dei restauri furono enormi, stimati in decine di miliardi di lire, ma il valore perduto è incalcolabile. Gli esperti lamentarono la perdita di dettagli architettonici unici e di opere d’arte non riproducibili. La voragine a San Giovanni in Laterano, ad esempio, diventò un simbolo della fragilità della cultura di fronte al fanatismo criminale. 

La risposta dello Stato e della società

La reazione delle istituzioni fu rapida: il governo mise in campo operazioni straordinarie per la protezione dei beni culturali e rafforzò la collaborazione tra magistratura e forze dell’ordine. La stessa Chiesa, attraverso il Vicariato di Roma, mobilitò risorse e volontari per riparare i danni, trasformando il restauro in un atto di resistenza morale. 
Oggi, le due chiese sono visitate da milioni di turisti, ma le cicatrici delle esplosioni sono ancora visibili a chi osserva con attenzione. San Giorgio al Velabro conserva un piccolo pannello nel presbiterio che ricorda l’attentato, mentre a San Giovanni in Laterano, un documento esposto nell’atrio racconta la vicenda. 
La mafia ha dimostrato di saper utilizzare il patrimonio culturale come arma di ricatto, distruggendo ciò che rappresenta la memoria collettiva. Solo una “mente raffinata” e un profondo conoscitore del mondo dell’arte poteva scegliere tali obiettivi.
La scelta di colpire San Giovanni in Laterano (simbolo del potere papale) e San Giorgio al Velabro (gioiello medievale nel cuore di Roma) non è casuale. Dietro l’apparente brutalità mafiosa, emerge una strategia di distruzione selettiva, mirata a colpire la memoria artistica italiana. 
Sebbene i mandanti ufficiali fossero i capi storici della mafia, è plausibile che, nell’ombra, agisse una figura apparentemente poco nota. Un consulente occulto, con una profonda conoscenza del patrimonio artistico italiano. Questa persona potrebbe aver avuto un ruolo chiave nella selezione dei siti da colpire e nella pianificazione dei danni strutturali più efficaci, per destabilizzare il Paese. 

Chi potrebbe essere la “Mente Raffinata”?

1. Esperto d’arte o architetto? Qualcuno con competenze tecniche per valutare la vulnerabilità degli edifici e la loro importanza simbolica. 
2. Legame con ambienti artistici o accademici? Possibile infiltrazione in circoli di studiosi, restauratori o mercanti d’arte. 
3. Aveva collegamenti internazionali?: Per coordinare eventuali traffici illeciti di opere d’arte danneggiate o per riciclare fondi attraverso il mercato antiquario. 
4. La “Mente Raffinata” non fu  un esecutore materiale, ma un consulente strategico con accesso alle informazioni sensibili. 

Note:

1.https://www.teche.rai.it/2023/07/le-bombe-a-milano-e-a-roma-il-27-28-luglio-1993/·(2023-07-27)

2.https://www.raiplay.it/programmi/1993lannodellebombe
1993, l’anno delle bombe – RaiPlay

3.https://www.comune.firenze.it/novita/notizie/27-maggio-1993-la-strage-di-dei-georgofili

4.https://www.rai.it/ufficiostampa/assets/template/us-articolo.html?ssiPath=/articoli/2023/05/1993-Lanno-delle-bombe-9d40a9b3-9b01-4e6e-bf11-33e3c3471657-ssi.html·(2023-05-12)

5.https://it.wikipedia.org/wiki/Bombe_del_1992-1993

6.https://laricerca.loescher.it/colpire-lo-stato-attraverso-i-beni-culturali-gli-attentati-del-1993/·(2021-05-25)

7.https://collezionedatiffany.com/1993-patrimonio-sotto-attacco-la-strage-dei-georgofili/·(2023-02-28)

8.https://leg15.camera.it/_bicamerali/leg15/commbicantimafia/cronologiamafieantimafia/161/schedabase.asp

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