
Articolo di Annamaria Niccoli
11 luglio 2025
Anas al-Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa
Il raid aereo che ieri ha colpito una tenda per la stampa nei pressi dell’ospedale Al-Shifa, causando la morte di sei operatori dei media, tra cui figure di spicco di Al Jazeera, non può essere considerato un episodio isolato. L’attacco, avvenuto in un’area chiaramente identificabile e teoricamente protetta dal diritto internazionale, evidenzia una strategia deliberata e sistematica volta a neutralizzare le fonti di informazione indipendente nel conflitto israelo-palestinese. Questo modello di azione, se non fermato, rischia di alterare in modo permanente la natura stessa del giornalismo di guerra.
L’eliminazione dei testimoni oculari
L’uccisione mirata di giornalisti sul campo, come è avvenuto in questo caso, ha un impatto preciso e devastante. La loro eliminazione non è un mero danno collaterale, ma una mossa strategica per rimuovere i testimoni oculari in grado di verificare fatti cruciali, come il bilancio delle vittime civili, le condizioni disperate negli ospedali o le potenziali violazioni del diritto umanitario. Senza reporter presenti in loco, la narrazione del conflitto viene inevitabilmente dominata da fonti ufficiali, spesso parti in causa, o da canali non verificabili, aprendo la strada alla disinformazione e alla propaganda.
Il bilancio già tragico di 242 giornalisti palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023, un numero senza precedenti nella storia recente, ha già creato un vuoto informativo che favorisce le narrazioni unilaterali. L’attacco contro la troupe di Al Jazeera si inserisce in un contesto in cui l’esercito israeliano aveva già accusato sei giornalisti dell’emittente di “attività terroristiche“. Questa mossa non solo delegittima il loro lavoro, ma serve a giustificare retrospettivamente gli attacchi e induce altri media a evitare aree sensibili per il timore di essere etichettati come “minacce alla sicurezza”.
L’auto-censura e il crollo dell’obiettività
La pressione e il rischio costante di rappresaglie costringono i reporter a una pratica di auto-censura preventiva. Dopo l’uccisione di sei colleghi in una singola operazione, i giornalisti rimasti a Gaza si trovano di fronte a un dilemma etico e professionale insostenibile: scegliere di non coprire eventi critici, come i bombardamenti su scuole o ospedali, per non attirare l’attenzione, o dipendere da fonti indirette e filtrate, aumentando il rischio di errori e manipolazioni. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), il 90% dei giornalisti palestinesi uccisi dal 2023 sono successi in contesti identificabili come “attacchi deliberati”, una realtà che ha reso la paura di ritorsioni una costante professionale.
Se gli attacchi ai media continueranno, i conflitti del Medio Oriente rischiano di essere documentati quasi esclusivamente da droni militari e fonti governative, con immagini controllate, o da cittadini non professionisti, con tutti i rischi di disinformazione e mancanza di contesto. La società perderà la capacità di distinguere tra propaganda e realtà, una condizione già evidente in altri conflitti con scarsa copertura mediatica.
La risposta internazionale e le vie da percorrere
La condanna dell’ONU e la richiesta della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) alla Corte Penale Internazionale dell’Aia di avviare un’indagine sono passi necessari, che riflettono un riconoscimento globale della gravità del problema.
Per proteggere l’integrità dell’informazione, non basta la denuncia. Sono necessarie misure immediate e concrete: l’istituzione di corridoi sicuri per i giornalisti, monitorati da organismi neutri; l’imposizione di sanzioni mirate contro le entità che attaccano deliberatamente i media; e la creazione di un sistema di supporto psicologico e legale per i reporter, spesso costretti a lavorare in condizioni di trauma cronico.
Senza queste azioni, ogni nuovo attacco alla stampa non sarà solo un crimine contro individui, ma un colpo mortale alla possibilità stessa di comprendere la verità in un conflitto dove la censura fisica rischia di diventare il preludio di una completa censura informativa.
Parole -testamento di Anas al-Sharif
Questa è la mia volontà e il mio messaggio finale. Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce. Innanzitutto, la pace sia su di voi e la misericordia e le benedizioni di Allah.
Allah sa che ho dedicato ogni sforzo e tutte le mie forze per essere un sostegno e una voce per il mio popolo, fin da quando ho aperto gli occhi alla vita nei vicoli e nelle strade del campo profughi di Jabalia. Speravo che Allah prolungasse la mia vita così da poter tornare con la mia famiglia e i miei cari nella nostra città d’origine, Asqalan (Al-Majdal), occupata. Ma la volontà di Allah è venuta prima, e il Suo decreto è definitivo. Ho vissuto il dolore in ogni suo dettaglio, ho assaporato la sofferenza e la perdita molte volte, eppure non ho mai esitato a trasmettere la verità così com’è, senza distorsioni o falsificazioni, affinché Allah possa testimoniare contro coloro che sono rimasti in silenzio, coloro che hanno accettato la nostra uccisione, coloro che ci hanno soffocato il respiro e i cui cuori sono rimasti insensibili ai resti sparsi dei nostri bambini e delle nostre donne, senza fare nulla per fermare il massacro che il nostro popolo ha affrontato per più di un anno e mezzo.
Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il battito cardiaco di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi bambini innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e sparsi lungo i muri.
Vi esorto a non lasciare che le catene vi riducano al silenzio, né che i confini vi limitino. Siate ponti verso la liberazione della terra e del suo popolo, finché il sole della dignità e della libertà non sorgerà sulla nostra patria rubata. Vi affido la cura della mia famiglia. Ti affido la mia amata figlia Sham, la luce dei miei occhi, che non ho mai avuto la possibilità di veder crescere come avevo sognato.
Ti affido il mio caro figlio Salah, che avrei voluto sostenere e accompagnare per tutta la vita finché non fosse diventato abbastanza forte da portare il mio fardello e continuare la missione.
Ti affido la mia amata madre, le cui preghiere benedette mi hanno portato dove sono, le cui suppliche sono state la mia fortezza e la cui luce ha guidato il mio cammino. Prego che Allah le conceda la forza e la ricompensi per conto mio con la migliore delle ricompense.
Ti affido anche la mia compagna di una vita, la mia amata moglie, Umm Salah (Bayan), dalla quale la guerra mi ha separato per lunghi giorni e mesi. Eppure è rimasta fedele al nostro legame, salda come il tronco di un ulivo che non si piega, paziente, fiduciosa in Allah, e ha portato la responsabilità in mia assenza con tutta la sua forza e fede.
Ti esorto a starle accanto, a essere il loro sostegno dopo Allah Onnipotente. Se muoio, muoio saldo nei miei principi. Testimonio davanti ad Allah di essere soddisfatto del Suo decreto, certo di incontrarLo e certo che ciò che è presso Allah è migliore ed eterno.
O Allah, accettami tra i martiri, perdona i miei peccati passati e futuri e fa’ che il mio sangue sia una luce che illumini il cammino della libertà per il mio popolo e la mia famiglia. Perdonami se ho mancato e prega per me con misericordia, perché ho mantenuto la mia promessa e non l’ho mai cambiata o tradita.
Non dimenticare Gaza… E non dimenticarmi nelle tue sincere preghiere per il perdono e l’accettazione.
Anas Jamal Al-Sharif
06.04.2025
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[PDF] How media reporting affects wars and conflicts
UNESCO
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