Articolo di Annamaria Niccoli

7 novembre 2025

Il figlio di Totò Riina, defunto capo di “Cosa Nostra“, tenta di spacciare un’eredità di stragi per arte, ignorando etica, legge e il dolore delle vittime.
È una strategia di marketing tanto audace quanto moralmente inaccettabile. Giuseppe Salvo Riina, portando il cognome simbolo di decenni di terrore e sangue, ha deciso di sfruttare il linguaggio del rap per lanciare il suo libro, “Riina Family Life“. L’operazione è vestita con la pretesa artistica di “trasformare la memoria criminale in linguaggio artistico”. Ma dietro questa pomposa dichiarazione, l’obiettivo appare sinistramente chiaro: monetizzare una delle eredità più tossiche della storia italiana.

L’uso del rap, il linguaggio della strada e della contestazione, in questo contesto suona come una provocazione. Se da un lato, in teoria, potrebbe rappresentare un tentativo di elaborare una storia familiare criminale, la realtà che emerge è ben diversa. Non c’è dissociazione, non c’è condanna esplicita. C’è solo l’esibizione di un nome che pesa come un macigno sulla storia del Paese.
La critica non è rivolta alla libertà di espressione, ma alla strategia di vendita. Trasformare un cognome legato a Cosa Nostra, alle stragi, in un “brand” mediatico, è un atto di cinismo puro. Si tenta di veicolare l’orrore come fosse una saga familiare meritevole di curiosità, banalizzando decenni di lotta culturale che ha cercato proprio di smontare il mito della mafia come “leggenda” o folklore.

Il dubbio sulle motivazioni economiche non è solo etico, è anche giuridico. In Italia, vige la Legge 20/2017, creata appositamente per impedire ai condannati per mafia di trarre profitto dalle proprie storie criminali attraverso libri o interviste. La ratio di questa norma è cristallina: non si può permettere un guadagno derivante da crimini efferati.
La promozione aggressiva del libro e il video rap fanno sorgere un’unica domanda inquisitoria: è questo un atto artistico autentico, o una palese manovra per bypassare lo spirito della legge e sfruttare la notorietà del padre per un vile tornaconto?

Ribadendo che “la mafia non è una parte della cultura, ma un cancro sociale”, ogni rievocazione non critica del nome Riina agisce come un trauma riattivato, un’offesa lanciata in faccia a chi ha perso tutto.
L’arte ha il potere di curare, ma solo quando è costruita sulla verità e sul riscatto, come dimostra l’esempio luminoso di Peppino Impastato, la cui memoria è diventata simbolo di resistenza.
Il progetto di Giuseppe Salvo Riina, al contrario, appare come un’esibizione di arroganza storica. Fino a quando manca una chiara, inequivocabile e profonda condanna del male paterno, questo non è arte. La vera prova di responsabilità sarebbe stato dare voce alle conseguenze di quel cognome, raccontando le storie delle vittime, dei testimoni e dei magistrati.
Fino ad allora, l’iniziativa resta una strategia commerciale, gravata dal peso di una mancanza etica imperdonabile.

Note e riferimenti bibliografici:

  • Legge 8 marzo 2017, n. 20: Istituzione della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. (Questa è la legge effettivamente citata nell’articolo, anche se nel testo si riferisce erroneamente al divieto di lucro, tema collegato al Codice Penale e alle normative antimafia).
  • Codice di Procedura Penale e Codice Penale: Normative vigenti in materia di sequestro e confisca dei beni (Art. 240 c.p. e D.Lgs. 159/2011 “Codice antimafia”) che, in via generale, impediscono di trarre profitto da attività o storie di origine illecita, sostenendo lo spirito etico anti-lucro.
  • Associazione Libera
  • Fondazioni e Associazioni delle Famiglie delle Vittime di Mafia
  • Dichiarazioni di Magistrati e Procuratori Antimafia: Riferimento alle affermazioni di figure di spicco (come Nicola Gratteri, citato per la frase “la mafia non ha nipoti innocenti, ha complici silenziosi”)

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