
Articolo di Annamaria Niccoli
del 22 agosto 2017
Film girato nel 1967 e incluso nel film “Capriccio all’italiana” (1968), l’episodio di Pasolini è molto più di una parodia dell’Otello di Shakespeare. È un gioiello del cinema italiano che, attraverso una grottesca narrazione, dai toni drammatici e surrealisti, diventa una complessa allegoria sull’alienazione umana nella società dei consumi.
Al centro della scena non ci sono attori, ma burattini, manovrati da un destino invisibile, il rigido “copione” shakespeariano, che Pasolini usa per rappresentare l’ideologia dominante della società borghese. Totò nei panni di “Iago” e Ninetto Davoli in quelli di “Otello” sono figure tragicamente intrappolate, costrette a recitare ruoli prestabiliti: il traditore, il geloso, la vittima; che simboleggiano l’assoluta mancanza di volontà propria dell’individuo alienato.
L’episodio si apre sull’immediato tema dell’alienazione. Il momento cruciale, il vero motore del dramma pasoliniano, arriva quando i burattini, e in particolare “Iago”, avvertono una verità che si trova al di fuori del copione, una verità autentica e scomoda.
Con la battuta: “Quella è la verità! Ma ssh! Non bisogna nominarla…” cristallizza il pensiero di Pasolini: la spontaneità e l’innocenza sono bandite dalla società borghese, e nominarle significa infrangere le regole, portando inevitabilmente alla distruzione.
La società “benpensante”, forse rappresentata dalla borghesia, non può tollerare che l’arte o la vita stessa devii dal copione accettato. Essa esige il dramma così come le è stato insegnato. L’insurrezione e il lancio violento dei burattini fuori dal teatro non sono, dunque, un gesto di liberazione, ma una feroce condanna. I burattini sono puniti non per aver recitato male, ma per aver osato tentare, anche solo per un istante, di esprimere una verità considerata inaccettabile dalla massa.
Il finale è un momento di pura e toccante poesia, la vera firma di Pasolini. I due personaggi, gettati tra i rifiuti di una discarica, vivono una vera e propria “resurrezione” laica.
La discarica è il luogo in cui la società getta tutto ciò che non è più utile, conforme o catalogabile. Trovandosi tra i rifiuti, Iago e Otello sono finalmente e ironicamente liberi dal “servizio” che dovevano rendere al teatro e al suo copione. Non hanno più un ruolo da recitare.
Il culmine dell’episodio, la celebre domanda finale:
“Iiiiih, che so’ quelle?”
La risposta: “Sono… sono le nuvole.”
Le nuvole sono l’unica cosa che non ha scopo, che non è prodotta, consumata, venduta o catalogata dalla logica borghese e capitalistica. Sono bellezza pura e gratuita, l’essenza di un creato non contaminato.
Con l’esclamazione successiva:
“Ma quanto so’ belle! Quanto so’ belle!”
Pasolini dà, la prima vera e innocente emozione che i personaggi, e con loro gli attori Totò e Ninetto, provano nella loro nuova “vita”.
A commentare ed elevare l’intera scena interviene il lamento della canzone di Domenico Modugno, con testo dello stesso Pasolini, che funge da moderno coro greco, offrendo una malinconica e struggente chiosa a questa parabola sulla ricerca della verità in un mondo di finzione.
Un capolavoro che, a quasi sessant’anni dalla sua realizzazione, continua a interrogarci sul prezzo che paghiamo per recitare il nostro ruolo nella “commedia” della vita.
Attori Principali
L’episodio è famoso per aver riunito un cast eccezionale, e per essere stata l’ultima interpretazione cinematografica di Totò, uscito postumo dopo la sua morte.
Totò: Iago (burattino), Il manipolatore, basato sul personaggio di Shakespeare
Ninetto Davoli: Otello (burattino), Il protagonista tragico
Franco Franchi: Cassio (burattino), altro personaggio del dramma
Ciccio Ingrassia: Roderigo (burattino) altro personaggio del dramma
Laura Betti: Desdemona (burattino), La moglie di Otello
Domenico Modugno: Lo Spazzino/Monnezzaro. Personaggio che interviene nel finale
Adriana Asti: Bianca (burattino)
Carlo Pisacane | Brabanzio (burattino)
Che cosa sono le nuvole? (Testo di Pier Paolo Pasolini / Musica di Domenico Modugno)
Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo, così
Ah, ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che dà gli spasimi
Ah, tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo, così
Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta
Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura con l’udito
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo, così
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