
Articolo di Annamaria Niccoli
Del 28 novembre 2025
La popolazione palestinese sta vivendo una catastrofe umanitaria senza precedenti, intrappolata tra una carestia indotta, definita al limite della sopravvivenza, e l’arrivo devastante della stagione invernale. Le organizzazioni umanitarie denunciano condizioni di vita disumane, con un’emergenza aggravata da ostacoli burocratici “insormontabili” che bloccano l’ingresso e la distribuzione degli aiuti essenziali.
Nella Striscia di Gaza, la situazione alimentare ha raggiunto un livello catastrofico. La fame è oramai apertamente considerata come arma di guerra.
Secondo le Nazioni Unite, il 96% della popolazione soffre la fame. La disperazione è tale che le persone sono costrette a cibarsi di piante selvatiche per sopravvivere. Questa malnutrizione rischia di compromettere permanentemente lo sviluppo cognitivo dei bambini.
La crisi è amplificata dalla mancanza di acqua potabile, il 98% dell’acqua a Gaza è non potabile. L’81% delle famiglie ha una disponibilità pro capite di appena 2 litri al giorno. Questa scarsità, unita all’accumulo di rifiuti e acque reflue nelle strade, ha scatenato un’impennata di malattie trasmesse dall’acqua, facendo temere una grave epidemia di colera o epatite.
Con l’arrivo dell’inverno, piogge e freddo hanno aggiunto un ulteriore e drammatico livello di sofferenza per le centinaia di migliaia di sfollati, costretti a vivere in rifugi di fortuna.
Le recenti piogge hanno inondato le tende improvvisate nelle aree meridionali e centrali di Gaza. I tetti hanno ceduto, lasciando intere famiglie, compresi i bambini, bagnate ed esposte al freddo.
Il pericolo più grande deriva dalla contaminazione: le alluvioni mescolano l’acqua piovana con le acque reflue, aumentando esponenzialmente il rischio di diffusione di malattie infettive nei campi sovraffollati e privi di servizi igienici adeguati. Il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) ha lanciato un appello urgente, temendo che “bambini e intere famiglie moriranno” quest’inverno. L’ingresso di tende e rifornimenti essenziali per oltre 1,5 milioni di persone è severamente limitato.
Le agenzie umanitarie denunciano un sistema di aiuti “sull’orlo del collasso” a causa di ostacoli logistici, politici e di sicurezza, rendendo il flusso degli aiuti drammaticamente insufficiente.
Prima dell’escalation 2023, entravano circa 500 camion al giorno. Nell’ultimo anno, il numero è sceso drasticamente, non superando i 40-131 camion giornalieri, una cifra irrisoria per una popolazione che dipende interamente dagli aiuti esterni.
Organizzazioni della Società Civile (OSC) internazionali denunciano il blocco di fondi stanziati per le attività umanitarie, aggravando la crisi di liquidità delle ONG.
La distribuzione degli aiuti è complessa, richiedendo permessi e “finestre” di accesso che vengono quasi sempre negati o ritardati dall’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA).
Il pericolo per gli operatori umanitari è estremo. Almeno 412 operatori umanitari sono stati uccisi a Gaza in pochi mesi, rendendola una delle zone più pericolose al mondo e compromettendo la capacità di raggiungere le aree più a rischio.
Anche se meno colpita dalla carestia diretta, la situazione umanitaria in Cisgiordania è peggiorata drasticamente nel 2025. L’intensificazione della violenza, le frequenti operazioni militari e gli attacchi dei coloni hanno causato un aumento degli sfollamenti e rendono estremamente difficile l’accesso agli aiuti.
I campi profughi soffrono di gravi carenze di acqua potabile, elettricità e igiene. L’intensificazione dei posti di blocco (“checkpoints”) limita drasticamente gli spostamenti di civili e operatori. Questa situazione ha costretto organizzazioni come Medici Senza Frontiere (MSF) a sospendere cliniche mobili nelle aree rurali. Ottenere permessi per personale e veicoli è un processo lungo e spesso arbitrario.
Di fronte a questa catastrofe multipla, il Ministero degli Affari Esteri palestinese ha lanciato un disperato appello alla comunità internazionale:
“Il ministero invita la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i tribunali internazionali, ad agire immediatamente per fermare la macchina di morte israeliana, scoraggiare i crimini e imporre urgenti meccanismi di protezione internazionale per il popolo palestinese.”
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