
Articolo di Annamaria Niccoli
3 dicembre 2025
CALIMERA (LECCE) – La morte del piccolo Elia, di otto anni, trovato soffocato nella sua casa a Calimera, e il successivo ritrovamento del cadavere della madre, Najoua Minniti, annegata in mare a Torre Sant’Andrea di Melendugno, confermano il tragico epilogo di un omicidio-suicidio. Una vicenda che, come è emerso dalle prime indagini, era stata preceduta da un elevatissimo livello di conflittualità familiare e da gravi campanelli d’allarme che le autorità erano state chiamate a gestire.
Elia Perrone, che avrebbe compiuto nove anni il 4 dicembre, è morto per asfissia meccanica (soffocamento) per mano della madre. Con il decesso di Najoua Minniti, il fascicolo per omicidio volontario aperto dalla Procura di Lecce è destinato quasi certamente all’archiviazione. Tuttavia, l’inchiesta si concentra ora sull’operato degli enti coinvolti, con l’obiettivo di accertare eventuali responsabilità nella gestione dell’affidamento del bambino.
La Procura di Lecce ha acquisito tutta la documentazione relativa alla gestione del caso da parte dei Servizi Sociali e del Centro di Salute Mentale (CSM) di Maglie.
L’aspetto più controverso riguarda la valutazione del CSM del 21 gennaio scorso, che aveva certificato “l’assenza di segni o sintomi riferibili ad una psicopatologia in atto” nella donna. Tale referto fu decisivo nella successiva decisione del Tribunale di stabilire l’affido congiunto, consentendo a Elia di tornare a vivere con la madre.
Tuttavia, la famiglia del padre, Fabio Perrone, assistita dall’avvocato Mario Fazzini, contesta fortemente l’operato delle istituzioni, sostenendo che gli allarmi erano stati ignorati. L’apertura di un fascicolo in questo senso da parte della Procura non implica un reato automatico a carico degli operatori, ma mira a verificare la presenza di negligenze, omissioni o errori valutativi nell’affidamento. L’obiettivo è accertare se le misure di protezione fossero adeguate, dato che la donna risultava anche inadempiente agli obblighi di controllo, non presentandosi agli appuntamenti con i Servizi Sociali.
La storia della coppia era nota per l’alta conflittualità, con denunce incrociate per maltrattamenti, lesioni e minacce. Un processo penale era ancora in corso al momento della tragedia.
La prova più schiacciante della fragilità della donna e del rischio per il bambino risale al 16 dicembre dell’anno precedente. In quell’occasione, Najoua Minniti inviò una minaccia esplicita all’ex compagno:
“Saluta bene Elia, lo porto con me. Sono già stata davanti al mare. Ritieni che il responsabile per qualsiasi cosa capiti a me ed Elia sia tu.”
Fabio Perrone sporse immediatamente denuncia. Il fatto che questa grave minaccia portò inizialmente all’affido del bambino al padre, ma che poi il fascicolo su tale minaccia fu archiviato e l’affido tornò congiunto, rappresenta oggi il punto più critico dell’indagine. L’ultima denuncia, presentata dall’avvocato di Perrone un mese prima della tragedia, riguardava il danneggiamento dell’auto dell’uomo e la mancata presentazione della donna agli incontri con i Servizi Sociali.
L’avvocato Mario Fazzini ha fornito chiarimenti sulla posizione giudiziaria di Fabio Perrone, sottolineando che anche la donna era violenta e che “la violenza non ha sesso”.
L’avvocato ha precisato che su due capi di imputazione a carico di Perrone, uno per maltrattamenti in famiglia aggravati dalla presenza del minore e l’altro per lesioni, l’uomo è stato assolto per i maltrattamenti quest’anno “perché il fatto non sussiste”.
Per il capo di imputazione relativo alle lesioni (episodio del novembre 2023 in cui la donna denunciò un ematoma con prognosi di 10 giorni, venendo a sua volta controdenunciata da Perrone), il giudice ha condannato Perrone a sei mesi, ma la misura cautelare fu revocata sin dalla prima udienza.
L’avvocato Fazzini ha presentato ricorso in appello per quella condanna, sostenendo la legittima difesa.
La famiglia del padre lamenta che, nonostante l’alta conflittualità, le denunce incrociate, le minacce esplicite di omicidio-suicidio e l’inadempienza della madre agli obblighi di controllo, le istituzioni non abbiano protetto il bambino, determinando il più tragico degli epiloghi.
È ora che s’indaghi sulla catena degli affidi, tanti bambini stanno perdendo la vita
Lascia un commento