
Articolo di Annamaria Niccoli
13 gennaio 2026
Il mondo dei giocattoli sta cambiando pelle, e a dettare le regole è ancora una volta lei: una bambola alta poco meno di trenta centimetri che, da oltre sessant’anni, riflette le trasformazioni della nostra società. Il 12 gennaio 2026, Mattel ha lanciato la prima Barbie con caratteristiche autistiche. Ma dietro il sorriso di plastica e gli accessori all’ultima moda, si è acceso un dibattito caldissimo che scava nei nervi scoperti di migliaia di famiglie.
Questa Barbie non è nata da un bozzetto frettoloso. È il frutto di 18 mesi di lavoro silenzioso al fianco dell’Autistic Self Advocacy Network (ASAN), un’organizzazione dove sono le stesse persone autistiche a decidere come vogliono essere rappresentate.
Il risultato è un oggetto che rompe i canoni della perfezione: lo sguardo della bambola è leggermente rivolto di lato, a rispettare chi non ama il contatto visivo diretto; le articolazioni sono fluide per mimare lo “stimming”, quei gesti ripetitivi che servono a scaricare la tensione. Tra le mani, Barbie non ha una borsa di lusso, ma un fidget spinner, cuffie antirumore e un tablet per la comunicazione aumentativa.
L’accoglienza è stata un mix di entusiasmo e scetticismo feroce. Analizzandola da vicino, la questione si divide equamente tra speranza e timore.
(I “Pro”); Per un bambino autistico, trovare sullo scaffale un’icona mondiale che indossa le sue stesse cuffie è un messaggio potentissimo: “Esisto, e non sono sbagliato”. È la fine dell’invisibilità.
Per i bambini cosiddetti “neurotipici”, questo giocattolo è una lezione di educazione civica travestita da gioco. Serve a normalizzare la diversità, insegnando che un compagno che non ti guarda negli occhi o che usa un tablet per parlare non è “strano”, è solo un altro modo di essere.
(I “Contro”); L’autismo è un universo vastissimo. Il rischio concreto è che una singola bambola diventi lo “standard”, dimenticando chi vive forme di autismo molto più severe, non verbali o con sfide sensoriali che un giocattolo colorato non può minimamente raccontare.
È inevitabile chiedersi se Mattel stia rispondendo a un bisogno reale o se stia semplicemente cavalcando il “trend” dell’inclusività per vendere di più. C’è una paura reale tra i genitori: che il mercato finisca per edulcorare la realtà.
Può una multinazionale fare in sei mesi quello che una campagna sociale pubblica non riesce a fare in dieci anni? La risposta è, probabilmente, sì.
Mattel ha provato a giocare d’anticipo sulle critiche donando 1.000 bambole a ospedali pediatrici e finanziando con 2 milioni di dollari progetti per l’uguaglianza. Gesti nobili, ma che per molti sanno di “facciata”.
Le polemiche infuocate si sono trasferite sui sui social. Per i genitori che ogni giorno lottano con la carenza di assistenza territoriale e terapie costose, questa Barbie resta un simbolo.
Il vero progresso non si misurerà con il numero di bambole vendute, ma con la capacità della società di accogliere quel bambino che, proprio come la sua Barbie, preferisce guardare il mondo di lato e proteggersi dal rumore con un paio di cuffie. Se la bambola servirà a far sentire quel bambino meno solo nel parco giochi, allora – e solo allora – l’operazione potrà dirsi riuscita.
Le polemiche non si sono fatte attendere, rimbalzando feroci tra i commenti dei social media. Per molti genitori, infatti, l’entusiasmo per il lancio di questa Barbie si scontra con una realtà quotidiana molto meno patinata. Mentre Mattel celebra l’inclusione, migliaia di famiglie combattono ogni giorno contro la carenza cronica di assistenza territoriale, liste d’attesa infinite per le terapie e costi economici che spesso ricadono interamente sulle loro spalle.
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