
Articolo di Annamaria Niccoli
31 gennaio 2026
Il confine tra il dissenso politico e la ferocia criminale è stato travolto nel pomeriggio di oggi, 31 gennaio 2026, lungo i viali di una Torino trasformata in un campo di battaglia. Quello che doveva essere un corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna si è mutato, nel volgere di pochi minuti, in una caccia all’uomo.
11 poliziotti feriti. Uno lotta contro una sospetta frattura cranica al CTO, un altro è monitorato al San Giovanni Bosco per un trauma toracico. Ferite che potevano essere letali.
Un poliziotto isolato, il casco strappato via, i colpi di martello alla testa. La cronaca di un sabato di guerriglia che riapre il dibattito: quanto vale la vita di chi difende lo Stato?
L’immagine che resterà impressa nella memoria collettiva, e che ora è al vaglio della DIGOS, è un video di pochi secondi che sembra girato in una zona di guerra. Un agente del Reparto Mobile, nel pieno di una manovra di contenimento, rimane isolato. In un istante, il “vuoto” tattico si riempie di odio: venti, forse trenta persone, volti coperti e sguardi fissi, lo accerchiano. Non è una carica, è un assedio.
L’agente cade. Gli strappano il casco, l’unico scudo tra la sua vita e la furia della strada. A quel punto inizia il linciaggio: calci, pugni e poi l’orrore metodico di un martello che colpisce ripetutamente, insieme a bastoni e aste di legno. È in quel momento che la divisa smette di essere un simbolo e torna a essere solo un uomo, un padre di famiglia esposto alla possibilità concreta di non tornare a casa.
Davanti a immagini simili, l’opinione pubblica si spacca e si interroga: perché un uomo accerchiato e preso a martellate non usa l’arma d’ordinanza per salvarsi? La risposta si annida in un groviglio di leggi e psicologia.
Estrarre una pistola in una mischia furibonda significa esporsi al rischio che l’arma venga sottratta e usata contro la folla o l’agente stesso. Ma c’è soprattutto il peso dell’Articolo 52 del Codice Penale. Sebbene la legge preveda la legittima difesa, il concetto di “proporzionalità” è un macigno.
Un colpo di pistola esploso contro un aggressore col martello aprirebbe un calvario giudiziario e mediatico che molti agenti temono più della ferita stessa. È il paradosso di chi è addestrato a resistere, a incassare e ad aspettare il recupero dei colleghi, mentre il confine tra “ordine pubblico” e “sacrificio umano” si fa sempre più sottile.
Le reazioni istituzionali non si sono fatte attendere. La Premier Meloni e il Ministro Piantedosi parlano di un “attacco diretto allo Stato” e promettono tolleranza zero contro l’impunità degli antagonisti. Dall’opposizione, Schlein e Conte condannano la violenza senza ambiguità, definendola uno strumento mai accettabile in politica.
Ma è il grido dei sindacati di Polizia (FSP e SIULP) a colpire più duramente: “Siamo carne da macello”. Gli agenti chiedono protocolli chiari e tutele legali. Non vogliono essere eroi per un giorno, ma lavoratori protetti. Il nodo politico resta Askatasuna: un centro sociale che da decenni è l’epicentro di una tensione mai risolta tra la città e l’area antagonista.
Mentre Torino conta i danni tra vetrine infrante e roghi, la magistratura si muove. La DIGOS sta analizzando ogni singolo fotogramma per dare un nome a chi impugnava quel martello. Le accuse ipotizzate sono pesantissime: tentato omicidio e resistenza aggravata.
Oggi Torino non ha assistito a una manifestazione, ma a una sconfitta del vivere civile. Resta aperta la domanda che rimbalza tra le caserme e le case dei cittadini: quanto deve ancora rischiare chi indossa una divisa prima che la sua vita venga considerata un valore inviolabile, e non un costo accettabile del disordine pubblico?
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