Immagine dell’interno del carcere di Sde Teiman tratta da un’inchiesta della CNN

Articolo di Annamaria Niccoli

Venerdì 2026

Se la storia recente della Palestina è stata scritta con il fuoco dei bombardamenti e il cemento dei muri, il 30 marzo 2026 segna l’inizio di un capitolo ancora più sinistro. Per il popolo palestinese, la transizione è brutale: dalla minaccia che cade dal cielo sotto forma di ordigni, alla minaccia che sale dal terreno sotto forma di un patibolo legalizzato.
L’approvazione della legge sulla pena di morte è l’ultimo atto di una strategia di annientamento che colpisce la Palestina nel profondo dei suoi diritti umani più elementari.

Per decenni, la popolazione civile in Palestina ha vissuto sotto il peso di un’occupazione che si manifesta attraverso la distruzione sistematica di infrastrutture, case e più di 70 mila morti. Oggi, a questa violenza fisica si aggiunge una violenza giuridica senza precedenti.
Il passaggio dalla guerra al boia: Dopo anni di conflitti che hanno ridotto in macerie intere città palestinesi, lo Stato d’Israele introduce ora uno strumento che non mira a colpire un obiettivo militare, ma a eliminare l’individuo “ideologico”.
Se le bombe colpiscono nel caos del conflitto, la pena di morte colpisce nel silenzio di un’aula di tribunale. Per un cittadino della Palestina, il diritto alla difesa scompare davanti a un sistema che ha già deciso il suo destino prima ancora dell’inizio del processo.

Il dato più atroce riguarda i figli della Palestina. In un contesto dove i minorenni palestinesi vengono regolarmente prelevati dalle loro case e processati da corti militari straniere, l’ombra della forca diventa un incubo.
Non si tratta solo di una violazione dei trattati internazionali; è l’uccisione della speranza.
Un sistema che non esclude i minori dalla massima pena, sta dicendo alla Palestina che nemmeno i suoi bambini sono considerati degni della protezione che il diritto internazionale dovrebbe garantire a ogni essere umano.
Mentre il ministro Ben-Gvir esibisce con orgoglio il simbolo del cappio, brindando la bottiglia di spumante, da interpretare unicamente come un “inno alla morte”, la Palestina si ritrova più sola che mai.

Da una parte, il colono protetto da un sistema civile; dall’altra, il palestinese schiacciato da un codice militare che ora prevede l’impiccagione.
Questo “doppio binario” trasforma il concetto di giustizia in un’arma di oppressione etnica, dove la vita di un uomo della Palestina vale infinitamente meno di quella di chi lo occupa.

Il dramma della Palestina oggi non è solo politico o territoriale, è esistenziale. Uno Stato che decide di utilizzare la morte come strumento di propaganda e di controllo etnico smette di essere un interlocutore democratico e diventa un carnefice ideologico.
Guardando alle migliaia di detenuti in attesa di un giudizio che sa già di condanna, la domanda resta una ferita aperta: quanta altra sofferenza dovrà sopportare il popolo della Palestina prima che il mondo riconosca che la vendetta, travestita da legge, è l’antitesi stessa della civiltà? Il cappio che oggi oscilla sopra la Palestina non soffoca solo i condannati, ma strangola definitivamente ogni residua speranza di pace e dignità umana in quella terra martoriata.

Rapporto sull’Apartheid: “Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity”

Rapporto “A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea”: Fondamentale per citare il “doppio binario” giudiziario di cui abbiamo parlato (leggi diverse per persone diverse nello stesso territorio).

Nazioni Unite (OHCHR); Convenzione sui Diritti dell’Infanzia: Il riferimento legale per denunciare il rischio che corre la gioventù della Palestina, dato che Israele è firmatario ma applica deroghe arbitrarie nei tribunali militari.

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