Le immagini dell’incontro del Papa con i bambini del Centro estivo vaticano https://share.google/jIiqCcIPyU5SjJGpz

Articolo di Annamaria Niccoli

22 giugno 23

Leone XIV ha raggiunto i circa 310 bambini e ragazzi che partecipano al Centro estivo «Estate Ragazzi in Vaticano» nell’Aula Paolo VI. A loro si erano uniti altri 300 bambini e ragazzi provenienti dall’Ucraina e accolti per l’estate dalla Caritas italiana. Accolto dagli animatori del centro estivo, il Papa ha dialogato con i bambini e risposto alle loro domande

Quando Papa Leone XIV ha detto ai ragazzi che «Dio guarda il cuore, non il telefonino», non stava semplicemente facendo la solita raccomandazione da nonno preoccupato. Dietro le sue parole c’è un’analisi molto più profonda, che tocca il cuore stesso della nostra fede e del nostro essere umani. Il Papa ha puntato il dito contro un nemico invisibile ma potentissimo: quella «dipendenza programmata nelle applicazioni» che tiene i più piccoli incollati agli schermi.
Oggi i bambini non stanno semplicemente usando dei dispositivi: ci sono immersi dentro. Vivono in un ecosistema digitale progettato a tavolino da ingegneri informatici con un unico scopo: catturare il loro cervello e non lasciarlo più andare.

Dal punto di vista della fede, i meccanismi che ci spingono a controllare continuamente le notifiche non sono solo fredde linee di codice. Sono esche che intercettano un bisogno profondo dell’essere umano. Noi siamo fatti per l’infinito, ma l’architettura delle app, con lo scorrimento infinito dei video e la gratificazione istantanea dei like,  rischia di ingannare questa sete profonda, saziandola con dei surrogati digitali che lasciano lo stomaco vuoto.
Un bambino abituato a toccare uno schermo e a ricevere una risposta immediata sperimenta una pericolosa mutazione nel modo di stare con gli altri.
L’amico virtuale sostituisce quello vero. Svanisce il corpo, svanisce lo sguardo, svanisce il bello di un incontro imprevedibile.
Il rischio di diventare “tecno-robot”, è la formula azzeccata usata dal Papa. Se un bambino reagisce solo agli stimoli della macchina, perde la capacità di stare in silenzio e di riflettere. E senza silenzio, diventa impossibile ascoltare la voce di Dio.

Il richiamo del Santo Pontefice alla libertà («Non siamo tutti attaccati a un cavo, vero?») non è un rifiuto della modernità. Al contrario, ci ricorda la verità più importante del cristianesimo: l’Incarnazione.
Il nostro è il Dio che si è fatto carne, che è entrato nella storia per guardarci negli occhi e camminare con noi. Una spiritualità che si consuma tutta dietro un display rischia di trasformarsi in una fede fantasma, dove gli altri spariscono e rimane solo il nostro io riflesso sul vetro dello smartphone.

Come se ne esce? La soluzione proposta da Papa Leone XIV è tanto semplice quanto rivoluzionaria: darsi dei limiti. Dire «dopo una certa ora basta telefonino» non è solo una buona regola educativa, è un vero e proprio atto di libertà spirituale.
Spegnere i telefoni in famiglia significa ridare valore al tempo passato insieme. La Chiesa e i genitori non possono pensare che basti scaricare l’app della Bibbia o delle preghiere per curare l’anima dei ragazzi. La grazia di Dio non ha bisogno della banda larga o del 5G: ha bisogno di un cuore libero, capace di fermarsi e di dialogare davvero.
Il destino dei nostri figli si gioca ancora sul terreno della realtà. La sfida di oggi è ricordare a questa generazione di nativi digitali che l’unico “feed” capace di nutrirli davvero non si trova scorrendo un dito sullo schermo, ma alzando lo sguardo verso il volto di chi hanno accanto e verso il Mistero di Dio.

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