
Articolo di Annamaria Niccoli
25 giugno 2026
Il volto che appare sul monitor durante l’udienza di giugno 2026 non è più quello del medico che dirigeva l’ospedale Kamal Adwan. È il volto di un uomo ridotto a uno spettro, consumato da un sistema che sembra aver fatto della distruzione fisica e psicologica il proprio metodo di gestione dei detenuti palestinesi. Il dottor Hussam Abu Safiya è l’emblema di un’arbitrarietà brutale, un uomo trascinato in un baratro dove la legge è solo un pretesto per infliggere sofferenza.
Dal 27 dicembre 2024, il dottor Hussam Abu Safiya è prigioniero di un sistema che lo nega a se stesso e al mondo. Senza accuse, senza processo, rinchiuso dietro la cinica etichetta di “combattente illegale”, subisce un trattamento che calpesta ogni norma di civiltà. Il suo calvario non è un errore burocratico, ma una strategia: il trasferimento in isolamento, prima nelle celle-tomba di circa un metro per un metro a Ganot (prigione di Ramon) e ora nel carcere di Nafha, è un atto di pura violenza intenzionale. Tenere un uomo costantemente ammanettato in isolamento non è una misura di sicurezza, è tortura.
Le condizioni del medico, documentate con orrore dai legali di “Physicians for Human Rights Israel” (PHRI) e dai familiari, parlano di un corpo che viene sistematicamente demolito:
La perdita di oltre 40 kg di peso non è un dato clinico, è il segno di una denutrizione imposta, una prova della volontà di annullare la resistenza fisica del prigioniero.
Le aritmie cardiache, i dolori cronici alla schiena e al collo, conseguenza diretta di brutali percosse, rivelano il volto feroce di chi detiene il potere nelle carceri israeliane.
Confiscare gli occhiali a un uomo per lasciarlo nel buio visivo, negargli l’igiene basilare fino a vederlo consumato da malattie della pelle, è una scelta consapevole per privarlo della sua umanità residua.
Davanti a questo scempio, il sistema giudiziario israeliano non funge da garante, ma da complice. Il Tribunale distrettuale di Beersheba, con il rinnovo della detenzione amministrativa il 28 aprile 2026, e la Corte Suprema, respingendo l’appello dell’avvocato Nasser Odeh a giugno 2026, hanno sancito il fallimento del diritto. La giustizia israeliana ha blindato l’abuso, confermando che per i prigionieri palestinesi non c’è spazio per la difesa, ma solo per l’esecuzione di una condanna senza fine, inflitta fuori da ogni tribunale.
Il dottor Hussam Abu Safiya, visto in video in catene, è la prova tangibile di come Israele tratti i medici e, per estensione, l’intera popolazione carceraria palestinese: come corpi da spezzare, vite da svuotare, simboli da umiliare. È il ritratto di una barbarie che si maschera dietro il linguaggio della sicurezza, lasciando un uomo che ha dedicato la vita a curare gli altri a marcire nel silenzio assordante di una cella.
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