
Articolo di Annamaria Niccoli
7 giugno 2026
Ci sono storie in cui il linguaggio formale della cronaca nera, si ferma, scoprendosi improvvisamente impotente. Di fronte alla stanza di quella villetta a Bordighera, trasformata nella prigione invisibile in cui è stata uccisa di botte la piccola Beatrice, due anni appena, le parole rischiano di sbiadire. Per chi fa informazione, il peso di questo racconto è una fatica etica: esiste il dovere morale di fermarsi un passo prima della spettacolarizzazione, il rifiuto assoluto di trasformare l’orrore nell’ennesima pagina di cronaca da consumare e dimenticare nel giro di una giornata. Perché dietro questo infanticidio non c’è solo la follia criminale di una porta chiusa. C’è un intero ecosistema sociale che ha fallito.Un fallimento riassunto in un’espressione cruda, tipica delle piccole comunità: «Per colpa di nessuno, per colpa di tutti, di paese».
Per comprendere come sia potuta crollare ogni barriera di protezione materna, ci dobbiamo imporre di scindere i profili dei due partner, analizzando l’incastro perverso che ha generato il delitto.
I dettagli emersi dall’inchiesta della Procura di Imperia disegnano un profilo netto. Iannuzzi è dominato da tratti fortemente sadici e antisociali, guidato da un’indole crudele votata alla sopraffazione violenta del prossimo, dalla quale trae gratificazione.
L’elemento chiave di questa personalità è emerso nei video finiti agli atti, come quello in cui costringeva Beatrice, a soli due anni, a fumare marijuana tra le risate. Non si tratta di un semplice abuso fisico, ma di sadismo psicologico puro. Registrare la scena e condividerla significa ridefinire l’orrore come un gioco, normalizzarlo e gratificare un delirante senso di onnipotenza. Per Iannuzzi, la bambina non era un essere umano da proteggere, ma un “oggetto” di proprietà, un intralcio da punire e calpestare se disturbava i propri spazi.
Il profilo della madre è ciò che psicologicamente sconcerta di più, poiché si scontra con il mito biologico dell’istinto materno. Di fronte ai pestaggi quotidiani della figlia e persino a un tentativo di strangolamento subìto in prima persona, il pensiero fisso della donna non era la salvezza delle sue tre bambine, ma il terrore di perdere il compagno.
L’indicatore clinico più agghiacciante è nei messaggi inviati alla suocera: Manuela si scusa per aver «toccato la famiglia», per aver disturbato la quiete. La madre avverte il senso di colpa non per i lividi sul corpo della figlia, ma per aver incrinato la pace del partner. Lasciare le figlie sole a Natale per correre da lui dimostra che il ruolo materno era già stato rigettato e subordinato a quello di compagna.
Questo tipo di legame viene definito “follia a due”. Nelle coppie abusanti si stringe un accordo tacito, un patto di sangue orchestrato dal partner dominante (Iannuzzi) e accettato da quello dipendente (Aiello). Un equilibrio malato in cui la madre si fa scudo per il carnefice, preferendo inventare un copione grottesco, curare un cranio sfondato con un antidolorifico e l’aerosol e inventare una caduta dalle scale, pur di non cedere all’evidenza delle proprie responsabilità.
L’infanticidio di Beatrice non si è consumato nell’isolamento di un deserto, ma sotto gli occhi di una rete di persone. Analizzando il comportamento di chi sapeva e ha taciuto rivela dinamiche sociali complesse e drammatiche.
La coppia criminale ha neutralizzato i tentativi di aiuto dei parenti stretti attraverso il ricatto emotivo. L’esempio cardine è il testimone Alessandro: di fronte al lamento agonizzante della bambina, suggerisce di chiamare un’ambulanza. Immediatamente scatta la manipolazione dei genitori: «No, poi gli passa… Suo nonno si arrabbia e mi vuole togliere le bambine».
Emanuele e Manuela usano le figlie come scudo umano. Sanno che il parente, per affetto, teme di essere la causa della “distruzione” del nucleo familiare. Il silenzio del testimone viene così letteralmente comprato con la colpevolizzazione preventiva: «Io a quel punto sono stato zitto». Oggi, quell’uomo fa i conti con un peso schiacciante, consapevole che quel lamento non era un capriccio, ma l’agonia di una bambina uccisa.
Allargando il cerchio, la catena del silenzio si estende alla vicina di casa, all’amica, alle persone davanti a scuola. Molti avevano visto i lividi sul volto della piccola. Eppure, nessuno ha formalizzato una denuncia.
In psicologia sociale, questo fenomeno è descritto come “effetto spettatore” e “diffusione di responsabilità”. Quando una situazione di disagio si trascina a lungo in una piccola comunità, si rischia una lenta assuefazione. Il degrado si normalizza, diventa qualcosa che «era quella che era». Più persone sono a conoscenza del rischio, più la responsabilità individuale si diluisce. Ognuno pensa: «Se fosse così grave, sarebbe già intervenuto qualcun altro». Si evita di intervenire per paura, per il timore di ritorsioni o per quieto vivere, ma quando la vittima ha due anni e non ha voce, l’evitamento si trasforma in complicità.
Il copione della caduta accidentale, difeso strenuamente dalla madre fino all’ultimo, è crollato davanti alla rigidità dei dati scientifici e forensi. L’autopsia ha rivelato un corpo martoriato da colpi ripetuti e databili a tempi diversi, incompatibili con un singolo incidente domestico. Le tracce di sangue repertate sull’armadio della villetta hanno blindato il quadro accusatorio della Procura: si è trattato di maltrattamenti continuativi aggravati dall’evento morte.
Nei bambini testimoni di violenze così estreme, l’istinto di sopravvivenza psicologica può produrre una spinta alla verità che azzera la paura delle ritorsioni. Vedere la sorellina morire agonizzante, «vomitava sangue», ha scardinato l’autorità materna. L’orrore reale ha superato l’efficacia della minaccia verbale.
Raccontare l’inferno della notte agli inquirenti è stato il suo modo di proteggere Beatrice, anche dopo la morte, e di chiedere aiuto per se stessa e per l’altra sorella rimasta. La sua voce ha squarciato il velo di bugie, prima ancora che gli esami scientifici fossero completati.
Il testo solleva un problema morale enorme: spesso, di fronte a crimini simili, i media e gli esperti abusano del termine “famiglia disfunzionale”.
Perché questa definizionenè pericolosa e va rifiutata?
Definire il contesto come “disfunzionale” sposta l’asse della colpa dall’individuo alla struttura. Fa sembrare il delitto come l’esito inevitabile di una malattia sociale. Ma un infanticidio non è una “disfunzione”; è una scelta criminale, un susseguirsi di atti sadici protetti da una condotta omertosa.
Usare la parola “omertà” permette di rimettere al centro la responsabilità civile della comunità. L’omertà di Bordighera è stata una gabbia perfetta: la vicina che sente ma non chiama il 118, l’amica che vede i lividi ma tace per quieto vivere, l’apparato burocratico che si ferma davanti alla mancanza di una segnalazione formale. Chiamarla omertà significa togliere l’alibi della “sfortuna” a chi ha guardato dall’altra parte. La cecità sociale non è stata un’assenza di strumenti, è stata una scelta di comodità.
L’opinione pubblica manifesta una profonda stanchezza verso i talk-show e la spettacolarizzazione dei delitti. I “dibattiti iper-analitici” in televisione, con criminologi da salotto che ricostruiscono le dinamiche con plastici o ipotesi azzardate, spesso calpestano la dignità della vittima e rischiano di inquinare la percezione del caso.
Una Procura che lavora nel silenzio e raccoglie prove inconfutabili impedisce che il processo si trasformi in una guerra di cavilli legali. Garantisce che gli imputati vengano condannati all’ergastolo o al massimo della pena prevista per i maltrattamenti aggravati dall’evento morte, senza sconti dovuti a vizi di forma o interpretazioni soft della perizia psichiatrica.
L’istanza per affidare le due sorelline alla zia paterna rappresenta l’unico punto di ripartenza. Allontanarle dalla madre non è solo una sanzione giuridica verso Manuela Aiello, ma una necessità clinica vitale per le bambine.
Il concetto cardine qui è la “base sicura”. Le bambine hanno vissuto in un ambiente in cui la figura di accudimento, la madre, era anche la figura che tollerava o agevolava il terrore. Questo crea un corto circuito cognitivo devastante: la persona che dovrebbe salvarti è quella che ti consegna al carnefice.
Il collocamento in un contesto familiare solido ed estraneo ai maltrattamenti serve a: interrompere la catena del trauma.
“Elaborare il lutto e il senso di colpa”, questo è il peso angosciante che porterà per sempre la sorella maggiore porterà, per non essere riuscita a salvare Beatrice. Avrà bisogno di una psicoterapia specialistica per comprendere che la colpa non è stata sua, ma degli adulti che hanno taciuto.
La voce di quella bambina ha spezzato il silenzio criminale della villetta. Adesso, il compito della società e dei giudici è proteggere quella voce, assicurandosi che il trauma venga curato e che la giustizia scritta sui codici diventi una realtà definitiva.
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