
Articolo di Annamaria Niccoli. 13 settembre 2026
La morte di Denise Cosco a trentacinque anni, stessa età di sua madre Lea Garofalo, che fu barbaramente assassinata dalla ‘ndrangheta, scuote le coscienze e squarcia il velo su una ferita mai rimarginata. Non è solo una coincidenza temporale a far tremare i polsi, ma dietro di sé una scia di interrogativi inquietanti. La Procura di Velletri, con il Procuratore Capo Carlo Villani e il PM Domenico Vicario, ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti, muovendosi su un terreno minato dove nessuna pista può essere scartata a priori.
Le indagini dei Carabinieri del Nucleo Investigativo procedono con i piedi di piombo, analizzando tutti gli attimi che hanno preceduto la tragedia consumatasi domenica e culminata, dopo quattro giorni di agonia al San Camillo di Roma, nella morte della donna.
L’abitazione in cui Denise viveva insieme al compagno e al loro bimbo di quattro anni è stata posta sotto sequestro formale, per cristallizzare lo stato dei luoghi e isolare ogni traccia utile alla ricostruzione di quel drammatico momento.
Sotto la lente degli inquirenti sono finiti i dispositivi elettronici: nel corso dei rilievi è spuntato e sequestrato all’interno della casa un secondo telefono cellulare, che si va ad aggiungere al primo apparecchio. Sarà l’analisi forense sui due cellulari a dover estrarre la verità nascosta tra chat, chiamate e contatti recenti, per capire se qualcuno abbia esercitato pressioni psicologiche o minacce sulla donna.
L’autopsia, eseguita nei giorni scorsi, a prima analisi, non avrebbe evidenziato segni di colluttazione o lesioni da difesa sul corpo, un elemento che dal punto di vista medico-legale orienta i riscontri materiali verso la natura volontaria del gesto, senza tuttavia spegnere i dubbi sulle reali motivazioni che l’hanno spinta nel vuoto.
Parlare di Denise significa inevitabilmente fare i conti con il marchio di fuoco della ‘ndrangheta di Petilia Policastro. Nel 2009, giovanissima, aveva trovato il coraggio straordinario di denunciare il proprio padre, Carlo Cosco, poi condannato all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del corpo di Lea. Da quel momento, l’esistenza di Denise è stata un labirinto di protezione, località segrete e, dal 2018, l’uscita formale dal programma di tutela dei testimoni di giustizia, una condizione che l’ha lasciata pericolosamente scoperta e in balia della solitudine.
Nonostante lavorasse a Roma presso un ministero avvalendosi di un’identità nascosta per motivi di sicurezza, e potesse contare sul sostegno costante di don Luigi Ciotti e dell’associazione Libera, il peso di un’esistenza trascorsa nell’ombra si faceva sentire ogni giorno. Ma ci si chiede: è stato l’epilogo devastante di un trauma antico mai superato, oppure si tratta di un’istigazione mossa da una regia occulta e dalla manus longa della criminalità organizzata, capace di attendere anche per anni prima di chiudere il cerchio?
È stato ascoltato dal pm. Colosimo, il compagno di Denise, l’unica persona che si trovava all’interno della casa nel momento in cui si è consumata la tragedia, rappresenterà un passaggio cruciale per decifrare il clima domestico e le ultime ore vissute dalla trentacinquenne. La Procura punta dritta a scavare in quel “fragilissimo equilibrio”, per comprendere se dietro la tragedia si celino delle ombre, omissioni, solitudine o manovre esterne capaci di spingere una testimone di giustizia a un epilogo così estremo.
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