Confronto tra “The Day the Clown Cried” di Jerry Lewis e “La vita è bella” di Roberto Benigni.”
Articolo di Annamaria Niccoli (15 ottobre 2026)
Nel vasto cimitero delle opere d’arte cinematografiche mai nate o sepolte vive, esiste un reperto discusso “The Day the Clown Cried” (Il giorno che il clown pianse). Film girato nel 1972, diretto, sceneggiato e interpretato da Jerry Lewis, ha rappresentato per oltre mezzo secolo il mistero della storia del cinema moderno.
Per cinquant’anni la pellicola è rimasta blindata nei caveau della Library of Congress di Washington, protetta da un vincolo legale firmato dallo stesso Lewis prima della sua morte. Divieto assoluto di visione pubblica, finché il documentario “From Darkness to Light”, di Michael Lurie ed Eric Friedler, non ne ha rivelato il vero contenuto, presentando in anteprima mondiale frammenti inediti del girato e ricostruendo la verità storica dietro il presunto disastro.

La trama di “The Day the Clown Cried” è ricavata dalla sceneggiatura originale di Joan O’Brien e Charles Denton rielaborata da Lewis.
Il protagonista è Helmut Doork, un tempo celebre clown da circo in declino, rovinato dall’alcolismo. Dopo aver provocato un grave incidente durante uno spettacolo, Doork viene licenziato. In preda alla disperazione e ai fumi dell’alcol, improvvisa in un locale una pesante parodia di Adolf Hitler. La reazione del regime è immediata: arrestato dalla Gestapo con l’accusa di vilipendio al Führer, viene deportato in un campo di prigionia politico nazista.
Durante la prigionia, Doork vive per anni nell’illusione di essere vittima di un malinteso. La svolta avviene con l’arrivo nel campo di un contingente di bambini ebrei, destinati a una sezione separata da filo spinato. Un giorno, seduto nel fango vicinissimo alla recinzione, Doork comincia a mimare dei gesti. Dall’altra parte della rete, i bambini iniziano a ridere: il clown ritrova d’un tratto l’unico pubblico capace di acclamarlo. Inizia così a esibirsi in segreto ogni giorno, regalando ai piccoli prigionieri trucchi, capriole e momenti di gioia.
Le SS scoprono le sue esibizioni e lo puniscono severamente, ma il comandante del campo intuisce il potenziale di quel detenuto. Offre a Doork un patto scellerato: se userà la sua arte di clown per mantenere i bambini calmi, allegri e disciplinati durante le operazioni di stipamento sui treni merci diretti a est, la sua posizione verrà riesaminata e potrà tornare libero. Doork, spinto dal desiderio di salvarsi, accetta.
Il finale è devastante. Durante le convulse operazioni di imbarco, per un tragico errore delle guardie, Doork rimane bloccato all’interno di un vagone insieme ai bambini. Durante il tragitto scopre la tremenda verità: la destinazione finale è il campo di sterminio di Auschwitz. L’uomo, devastato dal rimorso per essere stato complice dell’inganno, sceglie di non abbandonare i bambini. Indossa il suo costume e regala loro un’ultima illusione, guidando il gruppo mano nella mano fin dentro l’edificio delle camere a gas. Il film si chiude sulle sue capriole all’interno della stanza sigillata, con le risate dei bambini che sfumano lentamente nel buio e nel sibilo del gas.
I contatti della produzione con i laboratori di sviluppo svedesi nel 1972 si interruppero bruscamente quando i fondi europei vennero bloccati a causa del contenzioso legale sui diritti mai interamente acquisiti. Un giovane assistente di laboratorio di Stoccolma, intuendo l’eccezionalità del materiale ma ignorando i risvolti legali, disobbedì all’ordine di mandare tutte le bobine al macero e salvò in segreto diverse bobine di scarto, positivi di prova e riprese dietro le quinte.
Il materiale visivo mostrato nel documentario si articola in tre filoni principali:
- I filmati di prova e di trucco: mostrano Jerry Lewis da solo davanti allo specchio mentre applica il cerone bianco, studia le micro-espressioni facciali e prova i numeri di mimica.
- Le sequenze del campo: evidenziano le riprese effettuate nei set costruiti in Svezia, con il clown accasciato davanti alla rete metallica mentre recita per i bambini posizionati dall’altro lato del filo spinato.
- I filmati di regia: documentano Lewis nella doppia veste di regista e protagonista, ricoperto dai vestiti stracciati di scena mentre impartisce istruzioni agli operatori e dirige le comparse in uniforme da SS.
Poiché gran parte del girato recuperato era privo della traccia audio missata, i documentaristi hanno montato le sequenze incrociando il testo del copione originale con interviste d’epoca al cast tecnico e agli attori svedesi, restituendo la dimensione visiva senza alterare la natura d’archivio del materiale.
I motivi che spinsero Jerry Lewis a ritirare il film e a rinchiudersi in un silenzio imbarazzato durato decenni non sono legati solo alle controversie legali con i detentori dei diritti. Chiunque ebbe l’opportunità di visionare un montaggio provvisorio parlò di un corto circuito stilistico insanabile. Lewis tentò di inserire la comicità, la mimica facciale e le gag tradizionali in un contesto cupo e tragico come la Shoah, finendo per generare un effetto spiazzante, percepito come inappropriato per i canoni dell’epoca. Nel cinema da poco si era iniziato a parlare del genocidio degli ebrei nei campi di sterminio europei.
Entrambe le opere inizialmente si muovono su una trama similare: un uomo di spettacolo usa la fantasia, il gioco e il riso come scudo per proteggere dei bambini dalla violenza della prigionia. Però poi le trame divergono su piani del tutto opposti:
Helmut Doork, di Jerry Lewis, nasce come un personaggio ambiguo. Accetta di collaborare con la Gestapo per tornaconto personale, per poi scoprire la verità quando è ormai troppo tardi; il suo gesto finale, quello di entrare volontariamente dentro la camera a gas è un atto disperato, di espiazione di un senso di colpa insopportabile.
Guido Orefice, di Roberto Benigni, al contrario, è guidato sin dal primo istante da un amore paterno incondizionato, non scendendo mai ad alcun patto con i carnefici. Inventa il gioco a premi per proteggere la psiche del figlio Giosuè.
Lewis cercò di girare un dramma storico realistico collocandovi all’interno le sue gag da vaudeville (comicità usata alle origini del cinema, prese dal teatro, attori famosi Chaplin e Keaton).
Benigni impostò “La vita è bella” come una “favola”; ha rinunciato alla pretesa di documentare il realismo crudo di un lager, riuscendo a creare una distanza che ha permesso allo spettatore di accettare il contrasto tra l’orrore dello sterminio e la leggerezza della commedia.
Il finale di Lewis si chiude nella tragedia totale della camera a gas. Il finale di Benigni culmina nel sacrificio personale di Guido, ma salva il piccolo Giosuè, che si ricongiunge alla madre.
Anche se la memoria della Shoah gronda ancora lacrime di tanto dolore, nel 1972 pochi avevano ancora elaborato quell’immenso dolore. All’epoca la Shoah si poteva essere trattata solo attraverso le testimonianze, molti superstiti erano ancora vivi. L’idea di accostare la maschera del clown all’orrore dei campi venne percepita come una violazione irrispettosa. Lewis si trovò a essere un pioniere che però ancora non aveva sviluppato un giusto linguaggio narrativo, finendo per disprezzare egli stesso il risultato finale.
Negli anni Novanta, la percezione del dolore da parte dello spettatore era profondamente mutata. Il cinema aveva assimilato la memoria dello sterminio, anche attraverso una grandissima opera come “Schindler’s List” di Steven Spielberg (1993).
Benigni ha sempre dichiarato di non aver mai visionato la pellicola segreta di Lewis, nonostante se ne parlava nell’ambiente cinematografico da anni. Il dubbio è sorto in molti perché la sceneggiatura di “The Day the Clown Cried” aveva girato per decenni tra le mani di produttori e registi a Hollywood e in Europa. È ragionevole ipotizzare che Benigni, profondo conoscitore della commedia americana, conoscesse la premessa teorica del progetto di Lewis e abbia saputo individuare i “punti deboli” del film per evitare di incorrere nelle medesime critiche.
“The Day the Clown Cried” rimane una testimonianza storica di straordinario valore. Il film mostra il tentativo incompiuto e problematico di un grande artista di uscire dai propri schemi comici per affrontare la Tragedia con la T maiuscola. Se l’opera di Jerry Lewis è rimasta schiacciata dai presunti errori, gravati da un’epoca impreparata al suo impianto, il trionfo de “La vita è bella” ha dimostrato che quell’intuizione di fondo, la comicità come ultimo baluardo di umanità di fronte all’inferno — era vincente. Jerry Lewis ha tracciato una strada impervia, che Roberto Benigni è riuscito a percorrere fino in fondo venticinque anni dopo.
NOTE:
The Guardian: “From Darkness to Light review – Jerry Lewis’ infamous Holocaust film rescued from oblivion”. di Xan Brooks (1° settembre 2024) Mostra del Cinema di Venezia sul documentario che svela le sequenze e i retroscena inediti della pellicola del 1972.
The Guardian: “Infamous ‘lost’ Jerry Lewis Holocaust movie acquired by library”, di Catherine Shoard (10 agosto 2015); Annuncio dell’acquisizione delle bobine originali del film da parte della Library of Congress di Washington e la clausola del blocco delle proiezioni.
TheWrap: “‘From Darkness to Light’ Review: Documentary Proves That Yes, Jerry Lewis’ Holocaust Movie Really Was Terrible” di Steve Pond (1° settembre 2024). Analisi critica del materiale d’archivio mostrato nel documentario e ricostruzione del corto circuito stilistico del film.
Vanity Fair (USA): “The Day the Clown Cried: The Mystery of Jerry Lewis’s Lost Holocaust Movie”, di Shawn Levy. Ricostruzione dettagliata della lavorazione in Svezia, del contenzioso sui diritti e del lungo silenzio dell’attore e regista americano.
Los Angeles Times: “Jerry Lewis and the Holocaust Movie He Never Wanted You to See”, di Mark Olsen. Inchiesta sulla circolazione clandestina della sceneggiatura di Joan O’Brien e Charles Denton negli ambienti di Hollywood dagli anni ’70 agli anni ’90.
The New York Times: “Jerry Lewis’s Unseen Holocaust Film: The Untold Story”. Articoli d’archivio e approfondimenti storici sulle rare dichiarazioni rilasciate da Lewis nel corso dei decenni sulla sua opera non completata.
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