Articolo di Annamaria Niccoli

Dietro i blocchi stradali, i fumi dei fuochi nei presidi e il rombo dei motori che in questi giorni scuotono l’Italia, c’è una frattura profonda che va ben oltre il caro-gasolio. È una spaccatura che racconta due modi opposti di vivere la protesta, di interpretare la rabbia e, soprattutto, di subire il peso di uno Stato che al Sud sembra ricordare di esistere solo quando si tratta di imporre regole punitive e per riscuotere tasse.
Guardiamo il Mezzogiorno, dai presidi calabresi di Campotenese, Rende, Firmo e Falerna, fino alle arterie pugliesi di Brindisi, e quelle siciliane. Una sola parola d’ordine: dignità. Autotrasportatori e agricoltori, sostenuti dalle loro famiglie, dai commercianti, i cittadini, e gli studenti, non stanno devastando le città; stanno presidiando il proprio futuro con una compostezza che ha dell’incredibile, considerando che economicamente, da tempo, sono con l’acqua alla gola. È una protesta civile, nel pieno rispetto di tutte le Forze dell’Ordine, che oramai si è radicata nel tessuto sociale, che urla il disperato bisogno di sopravvivere a costi di produzione insostenibili e a una filiera agroalimentare strangolata dalla speculazione.
Il contrasto con quanto accaduto in alcune città del Nord è stridente. Nel Settentrione, le piazze si sono spesso tinte di tensioni urbane e scontri violenti. Ma un’analisi lucida e non faziosa impone di guardare oltre la superficie: da più parti, tra gli stessi addetti ai lavori e osservatori attenti, si fa strada l’ipotesi concreta della presenza di agenti provocatori o gruppi estranei al mondo agricolo e studentesco, infiltrati ad arte per delegittimare una protesta che, se fosse rimasta pacifica e unita su scala nazionale, avrebbe fatto troppo rumore. Il copione è noto: polarizzare l’attenzione sulla violenza per svuotare di senso le ragioni di chi protesta.
In questo clima teso si inserisce il vertice convocato alla Prefettura di Milano. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini si troverà faccia a faccia con le associazioni di categoria. Sul tavolo ci sono le richieste urgenti di un calmiere sui carburanti e misure strutturali per la logistica meridionale.
La verità, scomoda e taciuta, è che in Italia il conto delle crisi lo paga sempre il Sud, e la Calabria in primis. I territori meridionali scontano storicamente un gap infrastrutturale spaventoso, un isolamento geografico che si traduce in costi di trasporto proibitivi e una classe dirigente nazionale che guarda al Mezzogiorno come a una periferia da gestire a suon di decreti punitivi anziché come a un pilastro strategico della sovranità alimentare ed economica del Paese, da non dimenticare, il grande un bacino di voti.
Quando il Sud scende in piazza educatamente, chiedendo ascolto con il cappello in mano e la schiena dritta, viene ignorato o trattato con sufficienza. Quando a esplodere è la rabbia altrove, si criminalizza l’intero movimento. È un cortocircuito inaccettabile. La compostezza degli agricoltori calabresi e pugliesi, siciliani, lucani, non è debolezza. E’ la dimostrazione di una civiltà che merita rispetto. Se l’Italia vuole salvarsi davvero, deve iniziare a capire che finché il Nord potrà permettersi di fare rumore e il Sud sarà costretto a pagare il prezzo di tutti, non ci sarà mai una vera Italia unita.

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