Foto: RaiNews.it

Articolo di Annamaria Niccoli

18 agosto 2026

L’omicidio-suicidio nella Riviera del Brenta, in provincia de Venezia. di Tania Terrin è stata uccisa dal suo ex.
Non è una tragica fatalità, né il fulmine a ciel sereno di un raptus improvviso. È l’epilogo annunciato e agghiacciante di un sistema che, di fronte alla richiesta disperata di protezione di una donna, ha preferito trincerarsi dietro la carta bollata, i cavilli procedurali e l’inerzia di una burocrazia cieca e sorda.

La ricostruzione impietosa dei fatti sbatte in faccia all’opinione pubblica la realtà di un fallimento istituzionale totale.
Un uomo, Dino Keber, che aveva già dato prova della sua ferocia criminale arrivando a lesionare il timpano a Tania e, in un’escalation di pura matrice omicida, tentando di strangolarla ad aprile. Di fronte a un soggetto del genere, un profilo di altissima pericolosità sociale e ossessiva, la risposta dello Stato qual è stata? Un ammonimento del Questore.
Un provvedimento di natura amministrativa. Un ammonimento verbale o formale che, per un predatore intenzionato a distruggere la sua vittima. È un’arma spuntata, un deterrente blando contro la furia di chi vede la donna come un oggetto di proprietà da controllare o sopprimere.

Parole pesanti contro l’inerzia, nelle parole della madre, Marinella Forner: «Siamo andate 7 volte dai carabinieri».L’ex si era fatto un cappio e glielo agitava davanti”
Una donna e sua madre che battono alle porte delle istituzioni per implorare aiuto, per segnalare che quello stalker è ancora lì, fuori dalla porta, che se lo ritrovano costantemente sotto casa, al punto che Tania stessa era costretta a urlare ai vicini: «Non gli aprite».

La risposta dello Stato? Il silenzio, l’attesa burocratica, la fredda giustificazione formale che “non c’erano nuove querele formali”  o “elementi probatori nuovi in flagranza” per chiedere il carcere o i domiciliari.
È qui che si consuma la tragedia (il tradimento) più grave nei confronti delle donne: la pretesa che sia la vittima a fare da investigatrice a se stessa, a raccogliere prove, a formalizzare l’ennesima denuncia perfetta mentre vive nel terrore assoluto, isolata in una casa trasformata in una prigione, mentre lo stalker vive in totale libertà.
Si aspetta la flagranza di reato, si aspetta l’aggravamento formale, si aspetta che la situazione precipiti. E nel frattempo, la donna viene lasciata sola.

Di fronte alle accuse della mamma di Tania, la macchina investigativa e giudiziaria si è rifugiata dietro: «abbiamo agito secondo manuale».
Si possono rispettare tutti i protocolli del “Codice Rosso” e, ciononostante, lasciare che una donna venga ammazzata sul divano di casa sua perché le leggi italiane continuano a trattare la violenza di genere come un conflitto privato anziché come un’emergenza di ordine pubblico e sicurezza nazionale?
Dire che “l’uomo ha agito eludendo la misura” o che “Tania potrebbe avergli aperto la porta per un chiarimento” sposta il baricentro della colpa sulla vittima, deresponsabilizza blindatura della ragazza.

Se una donna e sua madre si recano sette volte a chiedere aiuto per uno stalker che ha già cercato di ucciderla strangolandola, perché nessuno ha disposto una misura cautelare detentiva immediata?

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https://www.regione.vda.it/notizie/details_i.asp?id=544989#:~:text=La%20donna%20lo%20aveva%20denunciato%20e%20aveva,43%20anni%20e%20destinatario%20di%20un%20ammonimento

https://www.avvenire.it/attualita/tania-uccisa-dal-suo-ex-che-aveva-gia-tentato-di-strangolarla-e-che-lei-aveva-denunciato_112058

https://tg24.sky.it/cronaca/2026/08/17/femminicidio-suicidio-venezia-dolo

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