
Articolo di Annamaria Niccoli
8 luglio 2026
Mongrifone (Savona), un interno silenzioso, una vita intera spesa tra il dovere di una guardia giurata e il peso, quotidiano e logorante, della malattia della moglie. Poi, il gesto estremo: un colpo di pistola, il sangue, la disperazione, e ora, l’ingresso nel carcere di Marassi. Un uomo di 98 anni, quasi un secolo di vita sulle spalle, si ritrova oggi rinchiuso tra quelle mura che dovrebbero contenere il crimine, non la fragilità estrema.
Il 98enne, protagonista di questa vicenda drammatica, è stato trasferito nella quarta sezione di Marassi, il centro medico del penitenziario. Per gli agenti di polizia penitenziaria, che ogni giorno si misurano con la complessità del sovraffollamento, la sua presenza è un pugno nello stomaco. Non è solo questione di spazi; è una questione di umanità.
“Ci siamo trovati davanti a una situazione senza precedenti, che definire allarmante è un eufemismo,” confida un agente che preferisce mantenere l’anonimato. “In quella cella non vedi solo il ‘detenuto’. Vedi un uomo che dovrebbe essere in un letto d’ospedale o in una struttura protetta, non dietro un catenaccio.”
A sollevare il velo su quanto sta accadendo è Fabio Pagani, segretario della UIL Polizia Penitenziaria, che non usa giri di parole. Per Pagani, il carcere di Marassi, già sotto pressione per una popolazione carceraria che sfiora i 670 detenuti su 535 posti, non può e non deve diventare un ricovero per anziani: “È una follia pura,” tuona il segretario. “Stiamo parlando di una persona di 98 anni. La Polizia Penitenziaria è chiamata a fare l’impossibile ogni giorno, ma qui si sta andando oltre i limiti della dignità umana. Che senso ha, dal punto di vista della rieducazione o della sicurezza, detenere in carcere un uomo della sua età, che necessiterebbe di assistenza geriatrica 24 ore su 24? Il carcere non può essere la discarica di ogni fallimento sociale.”
Secondo Pagani, il sistema penitenziario è diventato l’ultima spiaggia per vicende che richiederebbero risposte ben diverse dallo Stato: “Questa vicenda è l’emblema di un corto circuito. Quando mancano le strutture sul territorio, quando le famiglie vengono lasciate sole a gestire malattie degenerative come la demenza, è il carcere a dover ‘accogliere’ il dramma. Ma il carcere è un luogo di privazione, non di cura.”
Il 98enne aveva perso la speranza, schiacciato dal peso di curare la moglie 86enne. Il suo è un grido soffocato dalla pistola, ma che riecheggia in tantissime case italiane dove il caregiver, spesso, proprio come lui, un altro anziano, è al limite della crollo psicologico.
Le leggi attuali prevedono che la detenzione possa essere differita per gravi motivi di salute, ma i tempi burocratici sono una scure che spesso cala lentamente. Nel frattempo, l’uomo resta in attesa. La sua, oltre a una vicenda giudiziaria, è una condanna a un finale di vita che nessuno avrebbe immaginato.
Il carcere di Marassi rimane, in queste ore, uno specchio deformato di un Paese che fatica a trovare un equilibrio tra la legge e la pietà.
Telenord, “A 98 anni in cella a Marassi per il tentato omicidio della moglie, il triste primato dell’anziano di Savona” (8 luglio 2026).
Il Secolo XIX (citato da Ristretti.org), “Genova. In carcere a 98 anni, il triste record di Marassi” (Dario Freccero, 8 luglio 2026).
Adnkronos, “Lite in famiglia a Savona, 98enne spara in testa alla moglie e poi tenta il suicidio”* (6 luglio 2026).
Tgcom24, “Savona, 98enne spara alla moglie malata durante una lite: è gravissima” (6 luglio 2026)
FarodiRoma, “98enne spara alla moglie, va in carcere: è il detenuto più anziano d’Italia” (8 luglio 2026).
UIL Polizia Penitenziaria (UIL PA): Le critiche di Fabio Pagani (Segretario Regionale Liguria)
Polpenuil.it (Per eventuali note ufficiali o comunicati stampa successivi del sindacato).
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