
foto: © Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti
Articolo di Annamaria Niccoli
4 agosto 2026
Una foto che circola da qualche settimana: una donna sulla Fifth Avenue, pantaloni sportivi blu, una borsa della spesa verde in mano, gli auricolari alle orecchie. Sembra una newyorkese qualunque. Invece è la donna che Jeffrey Epstein ha chiamato per ultima, la sera prima di morire nella sua cella al Metropolitan Correctional Center di Manhattan, il 10 agosto 2019. Si chiama Karyna Shuliak, ha 37 anni, ed è di origine bielorussa. Fino a qualche mese fa esercitava, part-time, come dentista a New York. Almeno una sua paziente ha scoperto solo dopo, guardando le foto spuntate nei fascicoli Epstein, di essere stata curata dalla “fidanzata storica” del finanziere. Per anni, nessuno l’ha notata. Ma stando alle carte, era lei, non Maxwell, non gli avvocati, la figura più vicina a Epstein. Il nome di Karyna Shuliak compare migliaia di volte nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia americano (DOJ), e non a caso: sembra aver ricoperto un ruolo chiave nel funzionamento del sistema costruito da Epstein, gestendone di fatto l’agenda e i rapporti con le numerose figure influenti che frequentava. Non era accanto a lui per caso o per una sola notte. Anni interi. Quasi nove, dal 2011 al 2019. Un’amica bielorussa che un tempo condivideva con lei un appartamento a Brooklyn l’ha descritta come qualcuno che “amava davvero” Epstein. Ma al di là dell’affetto, c’era qualcosa di più concreto: una presenza onnipresente, organizzativa, invisibile ai media ma inscritta in ogni documento della sua vita.
Il racconto ricostruito dal New York Times descrive il percorso di Shuliak: da assistente odontoiatrica ventunenne a Manhattan a principale beneficiaria del patrimonio di Epstein. Si conobbero nel marzo 2011, dopo che lei si era trasferita a New York con un visto studentesco per completare gli studi di odontoiatria iniziati in Bielorussia. Non fu un incontro casuale: fu una delle vittime femminili di Epstein, e il finanziere le promise che l’avrebbe aiutata a realizzare il sogno di diventare dentista. In un primo momento Shuliak mantenne le distanze. Epstein aveva appena scontato una condanna in Florida: si era già dichiarato colpevole di adescamento di una minore a scopo di prostituzione. Una ragazza di ventuno anni, arrivata pochi mesi prima da Minsk, davanti a quei documenti, avrebbe avuto tutte le ragioni per scappare. Poi, nel 2012, cambiò idea: accettò il suo aiuto dopo essere stata portata in giro tra uscite costose, secondo i documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia.
Una volta entrata nella sua orbita, Epstein iniziò a tessere una rete attorno a Shuliak che la rendesse sempre più inseparabile da lui, non economicamente. Legalmente, dal 2012 Epstein iniziò a pagarle il percorso verso la facoltà di odontoiatria della Columbia University; dopo un primo rifiuto, fece pressione sul proprio dentista di fiducia e prospettò una donazione da 10 milioni di dollari, che si tradusse poi in circa 210.000 dollari effettivamente versati, ottenendo così l’ammissione di Shuliak. Il Times ha anche trovato tracce di un aiuto più diretto: due dentisti della Columbia le avrebbero anticipato gli argomenti dell’esame di ammissione. Era in corso di studi, pagata interamente da lui, con docenti “compiacenti” per facilitarle il percorso. Ma ce n’era un’altra dimensione, ancora più strategica: quando il visto di Shuliak stava per scadere, Epstein organizzò un matrimonio con una donna del suo giro di assistenti, poi identificata come una delle sue vittime, celebrato a New York nel 2013. Secondo il rapporto della Commissione per la Vigilanza della Camera, il matrimonio si sarebbe svolto il 16 settembre 2013, all’anagrafe matrimoniale di New York, con tanto di valigie già pronte per volare sulla sua isola subito dopo la cerimonia. Non è una proposta di matrimonio. La donna coinvolta nel matrimonio ha dichiarato di essere stata costretta al matrimonio da Epstein, e di essere rimasta sconvolta nello scoprire, dopo la cerimonia, che l’udienza di espulsione di Karyna si sarebbe tenuta pochi giorni dopo. Il legale della donna, Brad Edwards, ha commentato dicendo che nessuno era autorizzato, né osava, disobbedire a Jeffrey Epstein. Shuliak ottenne così la “green card”, divenendo cittadina statunitense nel 2018, divorziando dalla donna l’anno successivo. Un rapporto della Commissione di controllo della Camera pubblicato quest’anno ha definito quel matrimonio potenzialmente “illusorio”. Ma le autorità federali non l’hanno mai trattata come complice del traffico sessuale organizzato da Epstein.
Il legame si estendeva anche verso la sua famiglia in Bielorussia, un dettaglio che rivela ancora più chiaramente come Epstein intesseva una rete di dipendenza attorno a chi gli stava accanto. Secondo fonti di “minore affidabilità” rispetto alla ricostruzione del New York Times, il finanziere avrebbe finanziato cure mediche costose per la madre di Shuliak, Olga, malata di tumore al seno, e avrebbe inviato regolarmente tra i 20.000 e i 25.000 dollari al mese ai genitori di lei, Viktor e Olga, in Bielorussia, contribuendo persino all’acquisto di una casa di pregio a Minsk. I documenti più recenti confermano ulteriori bonifici alla famiglia: 25.000 dollari inviati nel 2014 al padre di Shuliak, Fedor, e altri 25.000 dollari trasferiti dalla stessa Shuliak ai genitori nel 2016, di cui informò Epstein via email allegando la ricevuta del bonifico. Non sono elargizioni casuali: sono tracce di una relazione strutturata, dove ogni aspetto della sua vita, gli studi, il visto, la famiglia, la casa della madre, era gestito economicamente da Epstein.
Due giorni prima di togliersi la vita nella sua cella al Metropolitan Detention Center di New York, Epstein mise nero su bianco i dettagli della propria eredità: la beneficiaria principale era Karyna Shuliak, la sua ultima compagna, che avrebbe voluto sposare, secondo il documento noto come “1953 Trust” reso pubblico dal Dipartimento di Giustizia. Fu lei, inoltre, l’ultima persona con cui il finanziere parlò al telefono. Non una visita, non una lettera, la sua voce. La sera prima di morire. Le cifre in gioco restano fluide a seconda della fonte e del documento citato, si parla di importi tra 50 e 100 milioni di dollari, oltre a un anello con un diamante di oltre 32 carati descritto come pegno “in vista del matrimonio”. Ma il denaro si è dissolto nel tempo. Il patrimonio immobiliare di Epstein ha perso valore enormemente una volta che il mondo ne ha scoperto la vera natura. La villa di Manhattan, un tempo stimata 112 milioni di dollari, è stata venduta a 51 milioni, mentre le isole caraibiche hanno fruttato in tutto 60 milioni, la metà di quanto richiesto. Si aggiungono decine di milioni in spese legali, contabili e di manutenzione, quello che restava della fortuna di Epstein si è progressivamente disintegrato. Ma il testamento resta: il documento su cui ha scritto il suo nome come beneficiaria principale.
Shuliak non si è mai presentata come vittima, e le autorità federali non l’hanno mai trattata come complice del traffico sessuale organizzato da Epstein. L’FBI, per quanto risulta, non l’ha mai interrogata, e nessuno degli avvocati che rappresentano le centinaia di vittime di Epstein ha mai raccolto una sua deposizione. Questo è il punto che più di ogni altro la rende enigmatica. Nessuna incriminazione, nessun interrogatorio noto da parte dell’FBI, nessuna deposizione richiesta dagli avvocati delle centinaia di vittime di Epstein. Come è possibile che una figura così centrale nella gestione quotidiana dell’entourage di Epstein sia rimasta, per anni, sostanzialmente fuori dai radar investigativi? Shuliak ha sempre mantenuto il silenzio su tutta la vicenda, rifiutando interviste o dichiarazione pubbliche. Nessuna accusa penale è mai stata formalizzata nei suoi confronti.
Nella primavera del 2026, Shuliak risulta residente in un palazzo di condomini dell’Upper East Side in cui il fratello di Epstein, Mark, detiene una partecipazione finanziaria. La donna conduce un’esistenza volutamente defilata. Nessuna intervista, nessuna dichiarazione pubblica. Solo il lavoro in uno studio dentistico newyorkese, scoperto per caso da una paziente, e qualche avvistamento sporadico per le strade di Manhattan. Vive a pochi isolati dai posti dove passava con Epstein. In un building dove il fratello del finanziere ha ancora i soldi investiti. Lavora come dentista, curando i denti di donne che non sanno chi è, fino al giorno in cui magari vedono una foto nei fascicoli desecretati. Resta il fatto che, a differenza di altri nomi legati alla cerchia di Epstein, su Shuliak non risultano incriminazioni né accuse formali di complicità. La sua storia, così come emerge dai documenti, sembra più quella di una giovane donna arrivata dall’Est Europa e “assorbita” dentro l’orbita di un predatore seriale. Ma è una distinzione che regge fino a un certo punto. Non è quello che ha fatto a cambiare il giudizio su di lei, è quello che ha ricevuto. I soldi, le proprietà, la cittadinanza ottenuta attraverso un matrimonio forzato, l’eredità, l’ultimo telefono di un finanziere prima di morire. Ciò che rende il caso Shuliak diverso da quello di Ghislaine Maxwell, che ha di fatto “destituito” come beneficiaria testamentaria, è l’assenza totale di conseguenze penali.
FONTI:
Rapporto ufficiale della Commissione (fonte primaria del governo americano)
Documenti desecretati del DOJ (citati nel rapporto della Commissione con i numeri EFTA)
New York Times (giornale di riferimento con accesso ai documenti)
House Committee on Oversight and Government Reform — “The Price of Non-Prosecution” (maggio 2026, versione democratica)
oversightdemocrats.house.gov/imo/media/doc/the_price_of_non-prosecution.pdf
Sezioni rilevanti per Shuliak (pagine 9-10):
Descritto il ruolo di Arda Beskardes (avvocato immigrazione) nel facilitare il matrimonio “illusorio”
Citata la dichiarazione personale della vittima costretta al matrimonio (“shocked to learn…”)
Documentato l’intervento del commercialista Richard Kahn e la lettera “embellished” alle autorità immigrazione
Footnotes 54-57 contengono i riferimenti ai documenti DOJ originali (EFTA numbers)
Email tra Arda Beskardes, Karyna Shuliak, Jeffrey Epstein (agosto 2, 2013) — EFTA00576208.pdf
Email da Karyna Shuliak ad Arda Beskardes (gennaio 27, 2015) — EFTA00536964.pdf
Certificate of Marriage Registration tra Karyna Shuliak e Redacted Individual (ottobre 9, 2013) — EFTA00523813.pdf
Deposizione di Richard Kahn (marzo 11, 2026
The New York Times:
Ricostruzione dettagliata del percorso di Shuliak (marzo 2011 – agosto 2019)
Ammissione alla Columbia University e ruolo di Epstein
Dettagli del testamento “1953 Trust” e eredità
Conferma dell’ultima telefonata da carcere
Valutazione del patrimonio immobiliare e perdite post-mortem
Department of Justice – Epstein Files (Desecretati 2025-2026): justice.gov/epstein/files/
FBI Records & Law Enforcement:
Conferma che Shuliak non è mai stata interrogata ufficialmente
Nessun file investigativo pubblico nei confronti di Shuliak
U.S. Immigration & Customs Enforcement:
Conferma che nessuna azione legale è stata intrapresa contro la cittadinanza di Shuliak (maggio 2018)
Nessun’opposizione al processo di naturalizzazione
La Voce di New York: “Epstein’s Phantom Heiress, Karina Shuliak: the Final Scheme to Save His Millions” (luglio 29, 2026)
Cita il rapporto della Commissione sulla definizione di “illusory marriage”
Narativ.org: “Greatest Heist” (luglio 2026)
Riporta la citazione di Brad Edwards sulla coercizione
Analizza la gestione del patrimonio post-mortem
The Pink News: “Jeffrey Epstein Girlfriend Arranged Same-Sex Marriage for Green Card” (luglio 28, 2026)
Cita email di Epstein dove suggerisce il matrimonio same-sex come “fastes way to green card”
DNYUZ/New York Times Reproduction: “Meet the Woman Who Stands to Inherit Much of Jeffrey Epstein’s Fortune” (luglio 26, 2026)
Dettagli sulla vita insieme, apartment sharing, joint bank account
Bonifici mensili ai genitori (20-25.000 dollari) — Variano a seconda della fonte
Cure oncologiche madre — Segnalate in articoli ma non in documenti DOJ ufficiali
Importo esatto eredità (50-100 milioni) — Dipende da quale documento/trust si cita
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