Articolo di Annamaria Niccoli (6 ottobre 2026)

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, affidata alle parole del portavoce del Pentagono Sean Parnell in un post su X: “il presidente Donald Trump ha deciso che Nidal Malik Hasan, il maggiore dell’esercito responsabile della strage nella base di Fort Hood, sarà giustiziato mediante fucilazione.” Una decisione che scuote profondamente le fondamenta della giustizia militare e riaccende i riflettori su una pratica, la pena capitale, che stride violentemente con l’immagine della nazione più potente del mondo.

Era il 5 novembre 2009 quando la base militare di Fort Hood, in Texas, si trasformò improvvisamente in un teatro di guerra. Hasan, uno psichiatra militare di 39 anni, fece irruzione nel reparto arruolamento armato di una pistola semiautomatica con puntatore laser. Gridando “Allah Akbar”, aprì il fuoco contro i suoi stessi commilitoni, soldati pronti a partire per il fronte. Il bilancio fu agghiacciante: 13 vite spezzate e oltre trenta feriti.

Durante il processo, celebrato nel 2013, Hasan scelse una linea di difesa spiazzante: decise di fare da sé, senza chiamare testimoni e senza contestare le accuse, giustificando il suo folle gesto come un atto estremo per proteggere i musulmani dall’esercito americano. La giuria militare lo condannò all’unanimità alla pena capitale.
La svolta è arrivata nel 2025, quando Hasan ha esaurito l’ultimo appello possibile all’interno del sistema della giustizia militare. A quel punto il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha formalmente raccomandato l’esecuzione, trovando la sponda immediata di Trump.

Se questa esecuzione dovesse davvero essere portata a termine, segnerebbe un record storico che fa riflettere: sarebbe la prima condanna a morte eseguita all’interno delle forze armate statunitensi dal lontano 1961, anno in cui il soldato semplice John Bennett fu impiccato per stupro e tentato omicidio.

Ma c’è un dettaglio che rende questa scelta ancora più emblematica e controversa: il metodo. Perché la fucilazione? I regolamenti militari la prevedono solo in circostanze del tutto eccezionali. Nell’America di oggi è una pratica rarissima. La verità è che questa decisione arriva a pochissimi giorni dal fallimento dell’esecuzione di Christa Pike in Tennessee, dove l’iniezione letale a base di Pentobarbital si è tragicamente inceppata, costringendo le autorità a sospendere tutto e a ricoverare d’urgenza la detenuta. Di fronte al fallimento l’amministrazione Trump sembra cercare scorciatoie.
Viene da chiedersi dove risieda la giustizia, e soprattutto l’umanità, quando una nazione che si vanta di essere la più democratica e progredita del pianeta sceglie di rispondere alla violenza con la violenza di Stato, riesumando plotoni d’esecuzione e metodi che appartengono a un passato oscuro. Formalmente Trump ha fatto scattare la procedura.

Il caso di Nidal Malik Hasan non è soltanto la chiusura di un capitolo doloroso per le famiglie delle vittime di Fort Hood. È lo specchio di un’America divisa, che continua a interrogarsi sul senso ultimo della giustizia.

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https://www.wionews.com/world/trump-approves-firing-squad-execution-for-nidal-hasan-over-2009-fort-hood-attack-first-since-1961-1791047449067

https://apnews.com/article/christa-pike-failed-botched-execution-5638e4f7d25d5490b402ae53cfa2626d#:~:text=Another%20Pike%20attorney%2C%20Steve%20Ferrell%2C%20said%20she,said%20it%20appeared%20prison%20staff%20followed%20procedure.

https://www.ktvu.com/news/trump-approves-firing-squad-execution-fort-hood-shooter-nidal-hasan

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