
Articolo di Annamaria Niccoli
20 maggio 2026
“LEONI DA TASTIERA, CONIGLI NELLA VITA”. Il viscido sarcasmo del web che sputa sul coraggio degli attivisti sequestrati.
C’è un momento preciso in cui la decenza politica, umana e istituzionale smette di essere un valore negoziabile e diventa un cumulo di macerie. Quel momento si sta consumando in queste ore, in diretta streaming, sotto gli occhi di un Occidente che continua colpevolmente a sonnecchiare.
Mentre i canali ufficiali della propaganda israeliana e i profili social dei troll di mezza Europa si rincorrono a colpi di meme, sarcasmo e battute da tastiera, la realtà dei fatti descrive un perimetro d’illegalità internazionale senza precedenti: la Marina militare israeliana ha assaltato in acque internazionali la “Global Sumud Flotilla”, sequestrando imbarcazioni civili e deportando ad Ashdod 430 attivisti umanitari di 39 nazionalità diverse. Tra loro, 29 cittadini italiani.
Il vero abisso si è raggiunto nelle ultime ore, quando la tragedia umanitaria si è trasformata in uno spietato reality show di regime.
Il Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, l’estremista di destra Itamar Ben-Gvir, non ha perso l’occasione per capitalizzare l’azione militare. Si è presentato personalmente davanti alle telecamere e ai pacifisti fatti prigionieri, diffondendo poi un video propagandistico sui propri canali social. Nel filmato, il ministro si rivolge agli attivisti definendoli esplicitamente “criminali” e “fiancheggiatori del terrorismo”, chiedendo pubblicamente che vengano trattenuti a lungo nelle carceri israeliane prima dell’espulsione.
Qui, però, non stiamo parlando di miliziani. Parliamo di civili. Parliamo di medici, cooperanti, giornalisti e persino di un parlamentare della Repubblica Italiana, Dario Carotenuto, la cui immunità e dignità istituzionale sono state calpestate.
Queste persone non sono salite su quelle navi per fare la guerra, né per imbracciare armi. Sono salite a bordo per tentare di rompere l’assedio illegale di Gaza, per portare aiuti umanitari disperatamente necessari e per attirare l’attenzione internazionale su un massacro che dura da anni. La risposta dello Stato d’Israele è stata la violenza delle armi; la risposta della politica nostrana è il silenzio; la risposta della rete è lo scherno.
Mentre gli attivisti rischiavano la vita in mare, intercettati da navi da guerra con l’uso della forza, i salotti digitali si sono esibiti nel peggiore dei repertori: “Ma cosa ci sono andati a fare?”, “Se la sono cercata”, “Andassero a lavorare”.
Sono questi i commenti che affollano le bacheche online. Un sarcasmo viscido, sguaiato, che tenta di ridicolizzare chi si espone per nascondere la propria codardia. La vera domanda da porre a chi digita insulti al sicuro sul proprio divano è un’altra: “Voi, cosa state facendo?”
È drammaticamente facile prendere in giro chi mette il proprio corpo tra una nave militare e una popolazione civile allo stremo mentre si resta seduti davanti a uno schermo. È facilissimo deridere chi tenta di fare qualcosa, mentre il mondo si è abituato alle immagini quotidiane di ospedali distrutti, bambini denutriti e bombardamenti a tempo.
Quegli attivisti italiani oggi privati della libertà hanno fatto una scelta: hanno rifiutato di voltarsi dall’altra parte. Si può essere d’accordo o meno con le modalità della Flotilla, si possono discutere le strategie politiche, ma nessuno può negare che abbiano avuto il coraggio di dare una risposta umana all’orrore. Un coraggio che pare essere assente alla comunità internazionale, che non sa cosa o non osa decidere sul da farsi.
Perché il problema non è soltanto quello che accade sul campo a Gaza o l’ennesima violazione del diritto internazionale da parte del governo Netanyahu. Il vero “marcio” di questa epoca è l’assuefazione.
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